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LESSICO DI DIRITTO DI FAMIGLIA®
VIOLENZA PSICOLOGICA

I

La violenza psicologica

Nell’area degli abusi della responsabilità genitoriale la violenza psicologica ha sempre occupato uno dei settori più approfonditi soprattutto in ambito clinico e psicosociale; un po’ meno in ambito giuridico dove si è fatto riferimento storicamente e principalmente soprattutto alla violenza fisica. Ed infatti per molto tempo il maltrattamento è stato identificato soprattutto con la violenza fisica (di cui la sindrome del bambino maltrattato è stata sempre la forma clinica più nota), sebbene da alcuni decenni, per lo più nell’ambito della giustizia minorile, nelle aule dei tribunali sono entrate anche tipologie di abuso più velate e impalpabili in cui non è a rischio l’incolumità fisica di un minore ma quella psicologica. Forme più nascoste e più devastanti per personalità in formazione.

Da pochi decenni, come si avrà modo di vedere, anche la giurisprudenza ha fatto diffusa applicazione della trascuratezza e dell’abuso psicologico inquadrandola con decisone all’interno di categorie giuridiche che per molto tempo sono stare impermeabili all’abuso psicologico (per esempio approfondendo il concetto di malattia, il reato di maltrattamenti, il mobbing). E d’altro lato, da parte sua, il legislatore ha introdotto solo negli ultimi decenni norme di tutela di genere e dei soggetti deboli che in passato non esistevano (si pensi alle legge 154/2001 sulla violenza domestica e al recepimento interno di alcune convenzioni internazionali).

Nella prospettiva della protezione dei minori di età gli articoli 330 (decadenza) e 333 (interventi limitativi per condotta pregiudizievole) del codice civile sono diventati un contenitore molto ampio di provvedimenti di contrasto anche alla violenza psicologica, nelle diverse forme con cui nel tempo è stata finora rilevata e approfondita (trascuratezza, abuso psicologico, violenza assistita). Sia il giudice minorile che il giudice del conflitto familiare, nelle rispettive attribuzioni, hanno pacificamente competenza sugli interventi di contrasto a questa forma di violenza nei confronti dei minori (art. 38 disp. att. c.c.).

Il minore come soggetto di diritti è al centro di questi interventi come pretende la Costituzione all’art. 30 (che impone la protezione dei minori ove i genitori non siano in grado di esercitare correttamente le funzioni genitoriali) e all’art. 31 (che impone l’adempimento dei doveri di protezione dell’infanzia) e come prescrive la Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo del 1989 (legge 27 maggio 1991, n. 176) all’art. 19 con cui gli Stati sono impegnati ad adottare ogni misura legislativa, amministrativa, sociale ed educativa per tutelare il minore contro ogni forma di violenza.

Sorprende tuttavia la diffidenza del legislatore verso le forme della condotta punibile che non viene mai precisata nelle norme giuridiche come comprendente anche quella della violenza psicologica. Sono solo gli esiti psicologici della condotta in generale che vengono estesi anche alle lesioni di tipo psicologico, Ma si tratta di eventi e non della condotta. Sia l’art. 572 c.p. (maltrattamenti in famiglia), sia l’art. 582 c.p. (lesioni personali) sanzionano gli effetti “nel corpo o nella mente” delle condotte vietate, non indicano le condotte di violenza psicologica. La stessa legge sulla violenza di genere (legge 4 aprile 2001, n. 154) estende la tutela assicurata dagli ordini di protezione contro gli abusi familiari al grave pregiudizio “morale ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente” ma anche in questo caso si sofferma sul tipo di evento e non sul tipo di condotta.

Condotte psicologiche e conseguenze psicologiche sono due concetti diversi. E’ evidente che le conseguenze di un qualsiasi abuso possono essere sia fisiche che psicologiche (il legislatore indica queste conseguenze con il lemma del tutto desueto di conseguenze “morali”: malattia nel corpo o nella mente nell’art. 582 c.p.; abbandono materiale e morale per la dichiarazione di adottabilità). Il concetto di violenza psicologica mette invece in evidenza la condotta e i comportamenti di maltrattamento psicologico.

Da questo punto di vista è soprattutto compito della giurisprudenza includere nelle condotte rilevanti, sia in ambito civile che penale, i comportamenti e le condotte di sopraffazione psicologica.

Sono comportamenti di violenza psicologica intrafamiliare (omissiva o commissiva) il disinteresse, la grave inadeguatezza, lo screditamento, l’offesa e l’umiliazione sistematica, la prepotenza, la trascuratezza, l’isolamento, l’annientamento, l’alienazione genitoriale, l’abuso pedagogico, l’approfittamento dell’altrui debolezza, la mancata assistenza anche materiale, l’abbandono.

Tutti comportamenti che possono provocare, nel breve e nel lungo periodo, effetti molto devastanti di tipo personale e comportamentale.

Non è possibile essere esaustivi nell’esame della giurisprudenza sulla violenza psicologica collegata alla violazione dei doveri e delle funzioni in senso ampio, familiari. E’ sufficiente osservare che tutto il sistema di protezione di quelli che vengono chiamati soggetti vulnerabili, fa ormai continua applicazione della regola generale secondo cui non vi è alcuna differenza tra abusi fisici e abusi psicologici. Entrambe le forme costituiscono manifestazioni di comportamenti pregiudizievoli idonei ad attivare gli interventi di protezione.

La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica dell’11 maggio 2011 (ratificata con Legge, 27 giugno 2013 n. 77) all’articolo 33 (Violenza psicologica) obbliga le parti ad adottare le misure legislative o di altro tipo necessarie per penalizzare un comportamento intenzionale mirante a compromettere seriamente l'integrità psicologica di una persona con la coercizione o le minacce e all’articolo 34 (Atti persecutori) obbliga ad adottare le misure legislative o di altro tipo necessarie per penalizzare un comportamento intenzionalmente e ripetutamente minaccioso nei confronti di un'altra persona, portandola a temere per la propria incolumità.

Sul versante specifico minorile la legge 4 maggio 1983, n. 184 (diritto del minore ad una famiglia) dichiara all’art. 8 adottabili “i minori di cui sia accertata la situazione di abbandono perché privi di assistenza morale e materiale da parte dei genitori e dei parenti tenuti a provvedervi, purché la mancanza fi assistenza non sia dovuta a causa di forza maggiore di carattere transitorio”.

La situazione di abbandono che legittima l’adozione di un minore, e perciò il suo allontanamento definitivo dalla famiglia d’origine, non è solo quella che deriva dalla derelictio del minore, ma anche quella che dipende da una frattura irreversibile nella relazione tra il minore e i suoi genitori. Questa frattura può essere originata da una situazione di una totale inadeguatezza genitoriale ovvero anche da violenza fisica o da violenza psicologica.

Così nella vicenda, per esempio, trattata da Cass. civ. Sez. I, 25 settembre 2013, n. 21880 i giudici di sono stati molto chiari nell’individuazione sua delle condotte che dei pregiudizi ricollegati a quelle condotte avevano fondato la dichiarazione di adottabilità su una consulenza tecnica d'ufficio esperita nel giudizio di primo grado dove si dava atto della “sistematica violenza psicologica esercitata dai genitori nei confronti dei figli e di altri maltrattamenti” quali rinchiudere i bambini dentro casa. Tali maltrattamenti avevano lasciato sui minori “pesanti segni di sofferenza e reso urgente l'apprestamento di un rimedio; essi testimoniavano, altresì, la profonda incapacità genitoriale degli appellanti, aggravata dall'incapacità di rendersene conto dimostrata dal tentativo di minimizzarla screditando i bambini che li accusavano.

È necessario naturalmente che vi sia un particolare rigore nella valutazione della situazione di abbandono del minore, che non può discendere da un mero apprezzamento circa la inidoneità dei genitori, ma richiede – secondo ormai una costante giurisprudenza - il positivo accertamento di una carenza di cure materiali e morali, da parte dei genitori e dei congiunti (a prescindere dall'imputabilità a costoro della accertata situazione), tale da provocare in maniera non transeunte danni gravi ed irreversibili alla equilibrata crescita del minore, e sempre che la detta situazione sia accertata in concreto sulla base di riscontri obiettivi. Deve essere, cioè, provata la sussistenza di elementi concreti realmente in grado di incidere negativamente sul processo di evoluzione, fisica e intellettuale, del bambino, impedendone una crescita serena e un accudimento adeguato.

Gianfranco Dosi
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Lessico di diritto di famiglia