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LESSICO DI DIRITTO DI FAMIGLIA®
VINCOLI DI DESTINAZIONE

I

I concetti di “separazione” e di “destinazione” di un patrimonio

È opportuna qualche considerazione introduttiva sul tema generale della separazione e della destinazione di patrimoni.

Destinare una parte del proprio patrimonio ad un determinato scopo (per esempio accantonare una somma separandola dal resto dei risparmi, per destinarla ad una futura vacanza) comporta una scissione all’interno del proprio patrimonio. Una parte è destinata alla vacanza e l’altra parte rimane disponibile per le spese ordinarie. Naturalmente questa destinazione non ha, sotto il profilo giuridico, alcuna rilevanza esterna. Ha solo rilevanza materiale per chi la effettua.

Perché la destinazione acquisti rilevanza all’esterno occorre che a quella separazione del patrimonio siano ricollegati dalla legge effetti che possano imporsi erga omnes. Come nel caso in cui due coniugi costituiscano un fondo patrimoniale destinando un loro immobile a far fronte ai bisogni della loro famiglia (art. 167 c.c.). In questo caso, se c’è l’annotazione della convenzione a margine dell’atto di matrimonio, si determina quella conseguenza giuridica specifica che consiste nell’opponibilità del fondo ai terzi, attraverso quel meccanismo – descritto nell’art. 170 c.c. - in base al quale soltanto i creditori di destinazione possono aggredire i beni costituiti in fondo patrimoniale.

La destinazione è rilevante giuridicamente se viene garantito che il patrimonio destinato ad uno scopo riceve una specifica tutela che è quella di non confondersi (e di non rischiare, perciò, l’aggressione dei creditori generali) con il restante patrimonio del soggetto che lo ha separato.

Chi può assicurare e garantire che la separazione patrimoniale abbia questi effetti? Naturalmente solo l’ordinamento giuridico. Il secondo comma dell’art. 2740 c.c. prevede, infatti, che la separazione del patrimonio – cioè la deroga al principio di “responsabilità patrimoniale” secondo cui il debitore risponde dell’adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni – è ammessa solo nei casi previsti dalla legge. E sono proprio le norme giuridiche che in certe situazioni prevedono la separazione patrimoniale e perciò introducono deroghe al principio della responsabilità patrimoniale, appunto enunciato nell’art. 2740 c.c.

Prima di accennare ad alcune ipotesi di separazione patrimoniale giuridicamente rilevante è opportuna ancora una osservazione di carattere preliminare per cogliere le assimilazioni tra il concetto di separazione patrimoniale e il concetto di autonomia patrimoniale. Nelle associazioni con personalità giuridica e nelle fondazioni, così come nelle società di capitali, si suole insegnare che l’autonomia patrimoniale è perfetta cioè vi è netta separazione – da un punto di vista della responsabilità per le obbligazioni sociali - tra patrimonio dell’ente e patrimonio dei singoli soci. Viceversa per le associazioni non riconosciute l’art. 38 del codice civile e per le società di persone l’art. 2367 c.c. prevedono che l’autonomia patrimoniale sia imperfetta nel senso che per le obbligazioni associative e sociali risponde non solo il fondo comune ma anche chi ha agito in nome e per conto dell’associazione e della società. Qui, cioè, da un punto di vista della responsabilità, non vi è separazione totale tra patrimonio dell’ente e patrimonio di chi ha agito in nome dell’ente.

Ebbene il concetto di separazione può essere per certi versi assimilato a quello di autonomia patrimoniale a condizione però di fare attenzione al fatto che la separazione è riferibile al patrimonio di una stessa persona o di uno stesso ente (in questi casi una persona o un ente isola una parte del proprio patrimonio imprimendogli una certa destinazione) - mentre l’autonomia patrimoniale fa riferimento al rapporto tra patrimoni appartenenti a soggetti diversi (il patrimonio del singolo e il patrimonio dell’ente collettivo). Quindi parlare di separazione significa specificamente riferirsi alla destinazione ad un certo scopo di un patrimonio ritagliato da un patrimonio più o meno ampio. Parlare invece di autonomia patrimoniale significa riferirsi al rapporto tra due patrimoni che restano più o meno separati. La conseguenza è, però, sempre la stessa. Ed è quella della tutela consistente nel poter opporre legittimamente ai creditori in presenza di determinati presupposti la condizione di separazione o di autonomia.

La separazione patrimoniale di cui si sta parlando è, in genere, attuativa di interessi specifici di chi la realizza. Si può parlare a questo proposito di interessi destinatori che costituisce un concetto centrale nell’area tematica che si sta trattando.

Da un punto di vista della loro funzione, possono essere individuate due tipologie generali di “interessi destinatori” a seconda che la destinazione impressa al patrimonio “separato” sia finalizzata alla “conservazione” di quel patrimonio (questa destinazione può essere definita conservativa o statica) ovvero alla sua gestione (questa destinazione può essere definita dinamica). E’ pur vero che quasi mai la separazione patrimoniale ha soltanto effetti di tipo conservativo, ma in alcuni casi prevale questa caratteristica rispetto a quella di amministrazione e gestione. Si pensi al fondo patrimoniale, tipica ipotesi di separazione patrimoniale nell’ambito del diritto di famiglia: “se non è stato espressamente consentito nell’atto di costituzione – prevede l’art. 169 c.c. – non si possono alienare” i beni del fondo; proprio perché l’interesse destinatorio principale cui assolve questo istituto è, in genere, quello di conservare un patrimonio a disposizione e a tutela, quindi, dei bisogni della famiglia. L’inalienabilità è, cioè, strumentale alla realizzazione della destinazione. E molto spesso fraudolentemente strumentale nel senso che conservare significa, per chi destina un bene al fondo, soprattutto preservarlo dai creditori.

Il concetto di “destinazione dinamica”, invece, raggruppa tutte le destinazioni finalizzate alla gestione e all’amministrazione di un patrimonio nell’interesse altrui. Qui, al contrario di quanto avviene nei casi di destinazione conservativa, il soggetto disponente non vuole affatto la semplice conservazione del patrimonio ma la sua utilizzazione. Nel trust, per esempio, – ma anche nell’amministrazione di qualunque altro patrimonio fiduciario – l’oggetto del negozio di affidamento è, in genere, proprio la gestione di un patrimonio da parte del gestore nell’interesse di un beneficiario. Proprio l’esistenza di questa finalità dinamica giustifica il sorgere a carico del gestore di obblighi particolari. A cominciare dall’osservanza delle istruzioni impartite e delle regole di prudenza nella condotta di gestione.

Nel diritto di famiglia si sovrappongono ipotesi di destinazione statica e dinamica, anche se va segnalata una certa preferenza verso forme di tipo dinamico in cui assume molta importanza l’aspetto gestorio di tipo fiduciario. L’utilità perseguita, insomma, non è mai la pura conservazione di un patrimonio ma l’attuazione di interessi ulteriori di tipo solidaristico che mettono in evidenza da un lato l’insufficienza degli strumenti destinatori tradizionali (come, appunto, il fondo patrimoniale) e dall’altro, però, la necessità di disporre di meccanismi e strumenti efficienti ma anche semplici di tutela della destinazione per far sì che il beneficiario possa pretendere ed ottenere la soddisfazione degli interessi perseguiti e il conferente non possa sottrarvisi.

Gianfranco Dosi
Lessico di diritto di famiglia