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LESSICO DI DIRITTO DI FAMIGLIA®
RICONGIUNGIMENTO FAMILIARE

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Cosa si intende con l’espressione “ricongiungimento familiare”?

Con l’espressione “ricongiungimento familiare” ci si riferisce alla possibilità di ingresso in Italia di un cittadino straniero, che in tal modo si riunisce ad un suo familiare regolarmente soggiornante sul nostro territorio nazionale. L’ingresso è consentito a tempo determinato o indeterminato – a seconda delle motivazioni - previo visto d’ingresso rilasciato dalla nostra ambasciata situata nel paese d’origine del richiedente. L’ambasciata rilascia il visto – e quindi consente allo straniero di ricongiungersi in Italia con il suo familiare – previo nulla osta rilasciato dalla prefettura del luogo di dimora del familiare in Italia, su richiesta del medesimo familiare attraverso la compilazione degli appositi moduli telematici. Quindi il ricongiungimento è richiesto dal familiare straniero (anche dall’affidatario: Cass. civ. Sez. I, 22 maggio 2014, n. 11404) che si trova in Italia. A sua volta lo straniero del quale si chiede il ricongiungimento dovrà presentare i documenti necessari a provare il rapporto di parentela direttamente al consolato italiano nel suo paese d’origine.

Il decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero) riconosce, quindi, agli stranieri - purché presenti legalmente sul territorio nazionale - il diritto all’unità del nucleo familiare (titolo IV: diritto all’unità familiare e tutela dei minori).

La possibilità di esercitare tale diritto è però sottoposta ad una serie di condizioni.

In primo luogo, il richiedente deve essere titolare di carta di soggiorno o di un permesso di soggiorno non inferiore ad un anno rilasciato per motivi di lavoro subordinato o autonomo, ovvero per asilo, studio, motivi religiosi o familiari (art. 28).

In secondo luogo, devono essere documentati i legami di parentela; nel caso in ciò sia reso impossibile dalle condizioni del paese di provenienza, o vi siano dubbi sulla veridicità dei certificati presentati,le autorità consolari italiane sono ammesse a rilasciare la documentazione necessaria sulla base del risultato del test del DNA, effettuato a spese del richiedente.

Tendenzialmente, solo i parenti stretti sono ammessi al ricongiungimento: secondo l’articolo 29, si può chiedere l’ingresso: a) del coniuge non legalmente separato e di età non inferiore ai diciotto anni; b) dei figli minori (di diciotto anni), anche del coniuge o nati fuori del matrimonio, non coniugati, a condizione che l’altro genitore, qualora esistente, abbia dato il suo consenso. Si considerano equiparati ai figli anche i minori adottati, in affidamento, o sotto tutela; c) dei figli maggiorenni a carico, qualora per ragioni oggettive non possano provvedere alle proprie indispensabili esigenze di vita in ragione del loro stato di salute che comporti invalidità totale; d) dei genitori a carico, qualora non abbiano altri figli nel Paese di origine o di provenienza, ovvero genitori ultrasessantacinquenni, qualora gli altri figli siano impossibilitati al loro sostentamento per documentati, gravi motivi di salute.

Secondo Cons. Stato Sez. III, 3 gennaio 2014, n. 1 i "legami familiari" rilevanti sono quelli indicati dall'art. 29 del D.Lgs. n. 286/1998 (coniugi, figli minori, figli maggiorenni a carico, genitori a carico), con le precisazioni che: (i) non è necessaria la convivenza, dal momento che il dispositivo della sentenza della Corte parla di "legami familiari nel territorio dello Stato", e non di familiari conviventi; (ii) nel rapporto tra genitori e figli non necessita che i figli siano attualmente minorenni; perché se è vero che sono ricongiungibili solo i figli minorenni, è anche vero che la sentenza della Corte non fa riferimento alle persone che presentino "attualmente" i requisiti del ricongiungimento, ma (anche) a quelle che a tempo opportuno avrebbero avuto titolo al ricongiungimento, ma non abbiano avuto necessità di avvalersene.

Vi è una ulteriore limitazione: l’art. 1-ter del decreto legislativo 286/98 prevede che “Non e’ consentito il ricongiungimento dei familiari di cui alle lettere a) e d) del comma 1 [coniuge e genitori a carico], quando il familiare di cui si chiede il ricongiungimento è coniugato con un cittadino straniero regolarmente soggiornante con altro coniuge nel territorio nazionale”.

Si esclude, cioè (per evitare evidentemente gli effetti della bigamia o della poligamia) il ricongiungimento per lo straniero già coniugato con altro straniero legalmente residente.

In terzo luogo, il richiedente deve dimostrare di avere le capacità reddituali per il mantenimento del ricongiunto. Il reddito minimo è pari all’assegno sociale aumentato della metà per ciascun ricongiungendo. Per il 2013 tale cifra è pari ad euro 5.749, 90 (euro 442,30 mensili): di conseguenza si potrà chiedere il ricongiungimento di un familiare se si dimostra un reddito derivante da fonte lecita di 8.624, 85 euro; di due familiari se si dimostra il reddito di 11.499,8 euro e così via.

Ai fini della determinazione del reddito si tiene conto, però, del reddito annuo complessivo di tutto il nucleo familiare convivente.

Alle capacità reddituali si aggiungono la necessità di un alloggio considerato idoneo secondo i parametri comunali e, per il ricongiungendo ultra sessantacinquenne, la presenza di una assicurazione sanitaria o l’iscrizione al Servizio sanitario nazionale.

I requisiti di reddito, idoneità abitativa e assicurazione sanitaria per l’ascendente ultrasessantacinquenne non si applicano nel caso di straniero a cui sia stato riconosciuto lo status di rifugiato.

Il nulla osta per il ricongiungimento viene rilasciato dalla prefettura competente, previa verifica di tutti i requisiti, entro 180 giorni dalla richiesta inviata – esclusivamente - per via telematica. La richiesta è respinta se il matrimonio o l’adozione del minore regolarmente soggiornante sono state fatte al solo scopo di entrare nel territorio nazionale.

Al nulla osta per ricongiungimento familiare segue il permesso di soggiorno per motivi familiari, che ha la stessa durata del permesso di soggiorno principale, e consente l’iscrizione ai servizi assistenziali, l’iscrizione a corsi di studio o di formazione professionale, l’iscrizione nelle liste di collocamento, lo svolgimento di lavoro subordinato o autonomo. Lo straniero che abbia compiuto 65 anni e tre mesi di età, in possesso del permesso di soggiorno, che abbia soggiornato in via continuativa in Italia per più di dieci anni, e non provvisto di altri redditi, o con redditi inferiori ai limiti stabiliti dalla legge, è ammesso a richiedere l’assegno sociale o la differenza fra i suoi redditi ed il limite dei 5.749, 90 euro annui.

In caso di morte del titolare del permesso di soggiorno a titolo principale, o di scioglimento del vincolo matrimoniale, il permesso di soggiorno per motivi familiari si può convertire in permesso di soggiorno per lavoro autonomo, o subordinato, o per studio.

Si noti che il ricongiungimento opera per lo straniero che deve ancora entrare in Italia; quando il familiare è già presente sul territorio nazionale, purché sussistano in astratto i requisiti del ricongiungimento, può invece chiedere un permesso per coesione familiare.

La normativa sul ricongiungimento si applica ai familiari stranieri di cittadini stranieri residenti in Italia; mentre i rapporti fra familiari stranieri di cittadini italiani sono regolati dalle disposizioni del D.Lgs n. 30 del 2007, attuativo della direttiva 2004/38/CE relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.

La normativa in materia di ricongiungimento prevede, però, una clausola di riserva: ed infatti le disposizioni della L. 286 del 1998 e del regolamento di attuazione sono applicabili anche nel caso di familiari stranieri di cittadini italiani se risultano più favorevoli della normativa specifica (art. 28, c2).

La controversia promossa dallo straniero nei confronti del Ministero degli esteri per il risarcimento del danno da ritardo nel rilascio del visto d'ingresso per ricongiungimento familiare appartiene alla giurisdizione del giudice amministrativo, ai sensi dell'art. 133, comma 1, lett. a), n. 1, cod. proc. amm., (Cass. civ. Sez. Unite, 24 ottobre 2014, n. 22612).

È infine da tenere conto che la legge, conformemente a quanto previsto dall’articolo 3, comma 1, della Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva ai sensi della legge 27 maggio 1991, n. 176, prevede che in tutti i provvedimenti amministrativi e giurisdizionali riguardanti l’unità familiare, deve essere dato conto del superiore interesse del fanciullo. Come si vedrà, questa disposizione è stata di notevole importanza nell’applicazione delle disposizioni sul permesso di soggiorno.

Gianfranco Dosi
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