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LESSICO DI DIRITTO DI FAMIGLIA®
RESIDENZA E DOMICILIO

I

Quali sono le caratteristiche giuridiche della nozione di residenza?

Il codice civile definisce la residenza come il luogo in cui la persona ha la dimora abituale (art. 43, secondo comma, c.c.) e il domicilio come il luogo in cui essa “ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi” (art. 43, primo comma, c.c.) con ciò mettendo in evidenza come la nozione di residenza abbia una connotazione per così dire tendenzialmente statica e oggettiva (vivere e abitare stabilmente, abitualmente, in una città) a differenza della nozione di domicilio più dinamica e soggettiva. Una volta che una persona abbia deciso di vivere in una certa città quella diviene la sua residenza (e per molti lo rimane per tutta la vita). La giurisprudenza ha ben chiarito in proposito che la residenza di una persona è determinata dalla sua abituale e volontaria dimora in un determinato luogo, cioè dall’elemento obiettivo della permanenza in tale luogo e dall’elemento soggettivo dell’intenzione di abitarvi stabilmente, rivelata dalle consuetudini di vita e dallo svolgimento delle normali relazioni sociali; questa stabile permanenza sussiste anche quando la persona si rechi a lavorare o a svolgere altra attività fuori del Comune di residenza, sempre che conservi in esso l’abitazione, vi ritorni quando possibile e vi mantenga il centro delle proprie relazioni familiari e sociali (Cass. civ. Sez. II, 14 marzo 1986, n. 1738)

Ulteriore caratteristica della nozione di residenza, oltre alla sua tendenziale staticità, è la sua obbligatorietà. Abitare stabilmente in una città obbliga ad avere la residenza in quel Comune. Espressioni del tipo “abito a Roma ma ho mantenuto la residenza a Milano” sono frutto dell’equivoco di ritenere che la residenza possa essere legittimamente diversa dal luogo in cui si abita stabilmente.

Il quadro normativo a tale proposito è molto esplicito, risultando peraltro ampiamente semplificato dal decreto legge 9 febbraio 2012, n. 5 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo) convertito con modificazioni nella legge 4 aprile 2012 n. 35 cui ha fatto seguito la Circolare esplicativa del Ministero degli Interni n. 9 del 27 aprile 2012.

La legge 24 dicembre 1954, n. 1228 (Ordinamento delle anagrafi della popolazione residente) all’art. 2 indica molto chiaramente che “E’ fatto obbligo ad ognuno di chiedere per sé e per le persone sulle quali esercita la patria potestà o la tutela, la iscrizione nell’anagrafe del Comune di dimora abituale e di dichiarare alla stessa i fatti determinanti mutazione di posizioni anagrafiche, a norma del regolamento, fermo restando, agli effetti dell’articolo 44 del Codice civile, l’obbligo di denuncia del trasferimento anche all’anagrafe del Comune di precedente residenza” (che, come si dirà, però è ora a carico del Comune nel quale si chiede la nuova residenza). Il regolamento anagrafico (DPR 30 maggio 1989, n. 223) dopo aver precisato che coloro che abitano stabilmente in un determinato Comune (e le persone senza fissa dimora che hanno deciso di vivervi) sono iscritti obbligatoriamente nella relativa ”anagrafe della popolazione residente”, chiarisce che vi è obbligo di dichiarare entro venti giorni il trasferimento nel Comune ai fini dell’iscrizione nella nuova diversa anagrafe cittadina e che se questo non avviene, a tale adempimento deve procedersi d’ufficio (articoli 13 e 15 del DPR 223/89). Questa precisazione è anche contenuta nell’art. 31 delle disposizioni di attuazione del codice civile (da considerare però implicitamente parzialmente abrogato) dalla normatva del 2012) a mente del quale “il trasferimento della residenza si prova con la doppia dichiarazione fatta al Comune che si abbandona e a quello dove si intende fissare la dimora abituale”.

Ebbene questa doppia dichiarazione già in base agli artt. 13, comma 2, e 18, comma 1, D.P.R. 30 maggio 1989, n. 223 (recante approvazione del nuovo regolamento anagrafico della popolazione residente) - con i quali le norme codicistiche devono essere coordinate – non sarebbe stata più necessaria. Le norme in questione stabiliscono infatti all’art. 18 che le dichiarazioni di trasferimento in un Comune della residenza devono essere trasmesse, entro venti giorni, dall’ufficiale di anagrafe che le ha ricevute “al Comune di precedente iscrizione anagrafica per la corrispondente cancellazione”, restando così previsto che dal 1989 la dichiarazione di trasferimento di residenza può essere effettuata mediante un unico documento destinato sia al Comune che si abbandona che a quello di nuova residenza, il quale è specificamente incaricato di trasmettere il documento stesso anche al Comune della precedente residenza (Cass. civ. Sez. I, 12 ottobre 2006, n. 21916). Inoltre il citato decreto legge 9 febbraio 2012, n. 5 convertito con modificazioni nella legge 4 aprile 2012 n. 35 (cui, come si è detto, ha fatto seguito la Circolare esplicativa del Ministero degli Interni n. 9 del 27 aprile 2012) ha semplificato la procedura e velocizzato i tempi per l’iscrizione anagrafica ribadendo che l’ufficio dell’anagrafe al quale si presenta (o si invia telematicamente) la richiesta di nuova residenza provvederà a darne comunicazione anche al Comune di precedente iscrizione ai fini della necessaria cancellazione (si legge nella Circolare citata che “l’ufficiale d’anagrafe dovrà provvedere, con la massima tempestività, ad informare dell’iscrizione effettuata il Comune di provenienza e il Comune di provenienza provvederà a sua volta alla cancellazione dell’interessato, con decorrenza dalla data della presentazione della dichiarazione”. Come è stato poi anche confermato dal DPR 30 luglio 2012, n. 154 che ha attuato l’art. 5 del decreto legge sopra indicato, gli effetti giuridici delle iscrizioni anagrafiche decorrono dalla data della dichiarazione.

Su tutti questi incombenti si sono soffermate in passato altre sentenze (App. Napoli Sez. III, 21 giugno 2006; Cass. civ. Sez. I, 2 marzo 1996, n. 1648, Cass. civ. Sez. I, 12 ottobre 1989, n. 4078; Cass. civ., 6 aprile 1984, n. 2240) che però vanno coordinate con la vigente regolamentazione anagrafica e di semplificazione. Infatti secondo queste decisioni che si rifanno soprattutto alle norme codicistiche ai fini della nullità della notifica, non basterebbe che il destinatario, il quale sostenga di avere trasferito la residenza in altro Comune, produca una certificazione del Comune di nuova residenza, dalla quale risulti l’iscrizione nei registri anagrafici di quel Comune in data precedente a quella della notifica, in quanto ai sensi degli artt. 44, comma 1, c.c. e 31 disp. att. c.c., il trasferimento della residenza, per poter essere opposto ai terzi in buona fede, deve essere provato con la doppia dichiarazione fatta al Comune che si abbandona ed a quello di nuova residenza e che, in base alle norme regolamentari sull’anagrafe della popolazione (art. 16 del D.P.R. 31 gennaio 1958, n. 136 e, successivamente, art. 18 del D.P.R. 30 maggio 1989, n. 223), la cancellazione dall’anagrafe dal Comune di precedente iscrizione e l’iscrizione nell’anagrafe del Comune di nuova residenza devono avere sempre la stessa decorrenza, che è quella della data della dichiarazione di trasferimento resa dall’interessato nel Comune di nuova residenza, sicché la suddetta certificazione anagrafica non fornisce la prova dell’avvenuta tempestiva dichiarazione al Comune abbandonato.

Come detto si tratta di argomentazioni inutilizzabili in quanto, come si è visto, in seguito al nuovo regolamento anagrafico e alle nuove norme di cui al decreto legge 4 aprile 2012, n. 35 è prevista la sola dichiarazione al Comune di residenza che procederà poi d’ufficio alla comunicazione al Comune precedente. Con la conseguenza che per eccepire la nullità della notifica, è sufficiente per il destinatario, il quale sostenga di avere trasferito la residenza in altro Comune, produrre la sola certificazione del Comune di nuova residenza, dalla quale risulti l’iscrizione nei registri anagrafici di quel Comune. Salvo quanto si dirà in ordine alla posizione della giurisprudenza relativamente alla validità delle notifiche effettuate nel luogo di residenza effettiva del destinatario.

La residenza anagrafica è in sostanza quella determinata situazione giuridica che consegue all’iscrizione anagrafica obbligatoria nel Comune in cui si decide di abitare e vivere stabilmente (e alla conseguente cancellazione d’ufficio dalla precedente residenza).

Così se due coniugi si separano e vanno a vivere ciascuno in una città diversa, è obbligatorio che ciascuno di essi cambi anche la residenza anagrafica (così come rimanendo nella stessa città devono cambiare anche il domicilio anagrafico) non essendo ammissibile continuare a mantenere la medesima residenza o il medesimo domicilio anagrafico.

Il regolamento anagrafico consente agli interessati di promuovere presso gli uffici anagrafici la procedura per l’estromissione anagrafica dal proprio domicilio della persona che non provvede al cambio di residenza o del domicilio (art. 15 DPR 223/89: Accertamenti di ufficio in caso di omessa dichiarazione delle parti. “Qualora l’ufficiale di anagrafe accerti, a seguito delle indagini di cui all’art. 4 della legge 24 dicembre 1954, n. 1228, che non siano state rese, per fatti che comportino l’istituzione o la mutazione di posizioni anagrafiche, le prescritte dichiarazioni di cui all’art. 13 del presente regolamento, deve invitare gli interessati a renderle. Nel caso di mancata dichiarazione, l’ufficiale di anagrafe provvede ai conseguenti adempimenti e li notifica agli interessati entro dieci giorni”).

La terza, importante, coordinata giuridica della nozione di residenza è costituita dalla non opponibilità ai terzi (di buona fede) del trasferimento di residenza (e del domicilio) che non è stato denunciato nei modi sopra indicati (art. 44 c.c.). I terzi non hanno in genere altro modo di conoscere la residenza di una persona se non attingendo alle risultanze anagrafiche ed è a queste che quindi occorre fare riferimento. Questo principio – come si accennerà - ha molteplici applicazioni in campo processuale.

La nozione di residenza non riguarda lo stato civile. Ogni Comune ha un ufficiale di stato civile, funzione cui è preordinato il Sindaco, che ha il compito di formare, archiviare e conservare tutti gli atti di stato civile che riguardano la cittadinanza, la nascita, il matrimonio e la morte dei cittadini residenti nel Comune. Gli uffici anagrafici (preordinati alla raccolta delle posizioni relative alle persone, alle famiglie) e gli uffici di stato civile (preordinati alla formazione e alla conservazione degli atti di cittadinanza di nascita, di matrimonio e di morte) sono uffici diversi anche se in genere le sedi coincidono. Le certificazioni anagrafiche (residenza, stato di famiglia) non sono certificazioni di stato civile.

Gianfranco Dosi
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Lessico di diritto di famiglia