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LESSICO DI DIRITTO DI FAMIGLIA®
IMPUGNAZIONE DEL FALSO RICONOSCIMENTO DI UN FIGLIO - Aggiornamento a cura dell'avv. Matilde Giammarco - Aprile 2021

I

L’impugnazione dei falsi riconoscimenti e la loro funzione dopo la riforma della filiazione

Anche dopo la parificazione dello status di tutti i figli, avvenuta con la legge 10 dicembre 2012,n 219 e con il decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154, l’accesso allo status filiationis continua ad essere logicamente diverso a seconda che il figlio nasca nel matrimonio o fuori da matrimonio. Nel primo caso lo status di figlio si acquista automaticamente in virtù della nascita nel corso del matrimonio (art. 232 c.c.), mentre nel secondo caso è necessario un atto di riconoscimento da parte di uno o di entrambi i genitori (art. 250 e seguenti c.c.). Conseguentemente permane una diversificazione dei mezzi di ripristino della verità nel caso in cui lo status legale non coincida con il dato biologico/genetico a causa di un riconoscimento non veritiero. Perciò nel caso in cui il figlio nato nel matrimonio sia biologicamente figlio di un padre diverso dal marito lo status filiationis non veritiero può essere eliminato con l’azione di disconoscimento (art. 243 e seguenti c.c.) mentre nel caso in cui il figlio nato fuori dal matrimonio sia riconosciuto come figlio da persona che non ne è il genitore biologico la verità può essere ripristinata con l’impugnazione del riconoscimento. In entrambi i casi l’azione è di competenza del tribunale ordinario.

In verità l’impugnazione del riconoscimento è un’azione prevista anche per ipotesi ulteriori rispetto a quella del (falso) riconoscimento effettuato da persona che non è biologicamente il genitore. In particolare l’azione è prevista anche per il caso il cui il riconoscimento sia effettuato conformemente al dato biologico ma in caso di violenza sessuale (art. 265 c.c.) o in stato di interdizione giudiziale (art. 266 c.c.). Si tratta di casi in cui il riconoscimento è di fatto annullato a causa della condizione di non volontarietà in cui è stato fatto, e non per la falsità del riconoscimento.

Ci occupiamo qui dell’impugnazione cosiddetta per difetto di veridicità (art. 263 c.c.) cioè a dire di un riconoscimento non veritiero, quindi falso.

A tale proposito l’art. 1, lett. g della legge delega 219/2012 aveva esplicitato molto chiaramente il principio direttivo di “modificazione della disciplina dell'impugnazione del riconoscimento con la limitazione dell'imprescrittibilità dell'azione solo per il figlio e con l'introduzione di un termine di decadenza per l'esercizio dell'azione da parte degli altri legittimati”. Dal che si comprende come il legislatore abbia definitivamente scelto di abbandonare la rilevanza centrale che il favor veritatis aveva nel precedente sistema normativo[1] che aveva portato la Corte di cassazione (Cass. civ. Sez. I, 15 aprile 2005, n. 7924) e la stessa Corte costituzionale (Corte cost. 22 aprile 1997, n. 112) ad espungere la valutazione dell’interesse del minore dal relativo giudizio. La rilevanza dell’interesse del figlio e della centralità della stabilità delle sue relazioni primarie (ancorché non biologiche) emerge invece oggi prepotentemente nel nuovo testo dell’art. 263 dove si prevedono termini molto stretti per l’esercizio dell’impugnazione mantenendosi l’imprescrittibilità dell’azione solo nel caso in cui sia il figlio a voler promuovere il giudizio.

Il testo attuale dell’art. 263 del codice civile è il seguente:

Art. 263. (Impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità)

Il riconoscimento può essere impugnato per difetto di veridicità dall'autore del riconoscimento, da colui che è stato riconosciuto e da chiunque vi abbia interesse.

L'azione è imprescrittibile riguardo al figlio.

L'azione di impugnazione da parte dell'autore del riconoscimento deve essere proposta nel termine di un anno che decorre dal giorno dell'annotazione del riconoscimento sull'atto di nascita. Se l'autore del riconoscimento prova di aver ignorato la propria impotenza al tempo del concepimento, il termine decorre dal giorno in cui ne ha avuto conoscenza; nello stesso termine, la madre che abbia effettuato il riconoscimento è ammessa a provare di aver ignorato l'impotenza del presunto padre. L'azione non può essere comunque proposta oltre cinque anni dall'annotazione del riconoscimento.

L'azione di impugnazione da parte degli altri legittimati deve essere proposta nel termine di cinque anni che decorrono dal giorno dall'annotazione del riconoscimento sull'atto di nascita. Si applica l'articolo 245.


[1] Il testo dell’art. 263 c.c. previgente si limitava ad affermare che “Il riconoscimento può essere impugnato per difetto di veridicità dall’autore del riconoscimento, da colui che è stato riconosciuto e da chiunque vi ha interesse. L’impugnazione è ammessa anche dopo la legittimazione. L’azione è imprescrittibile”.

Gianfranco Dosi
Lessico di diritto di famiglia