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LESSICO DI DIRITTO DI FAMIGLIA®
IMPRESA FAMILIARE E DETERMINAZIONE DEGLI UTILI

I

L’impresa familiare

a) L’art. 230-bis c.c.

L’impresa familiare – alla quale fa riferimento l’art. 230-bis del codice civile - è una realtà organizzativa molto diffusa di attività commerciali, soprattutto di piccola dimensione, attraverso la quale l’imprenditore gestisce la sua azienda con la collaborazione continuativa dei familiari (in genere il coniuge e, se ci sono, dei figli). L’art. 2083 c.c. considera, appunto, piccolo imprenditore chi esercita un’attività commerciale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio o dei componenti della propria famiglia. Si tratta, comunque, di una realtà organizzativa pienamente compatibile anche con aziende di non piccola dimensione.

L’impresa ha pacificamente natura non collettiva, ma individuale dell’imprenditore (Cass. civ. Sez. I, 2 dicembre 2015, n. 24560; Cass. civ. Sez. lavoro, 18 gennaio 2005, n. 874; Cass. civ. Sez. lavoro, 25 luglio 1992, n. 8959; Cass. civ. Sez. I, 2 aprile 1992, n. 4030; Cass. civ. Sez. I, 27 giugno 1990, n. 6559)[1]. Ne consegue che in tema d'imposta locale sui redditi (ILOR), i familiari collaboratori non sono contitolari dell'impresa familiare ed i redditi loro imputati sono redditi di puro lavoro, non assimilabili a quelli d'impresa (Cass. civ. Sez. V, 6 febbraio 2019, n. 3454). Sempre in relazione agli aspetti fiscali dell’impresa familiare va messo in evidenza l’orientamento che appare sufficientemente pacifico secondo cui l’Irap (imposta regionale sulle attività produttive), afferendo essa non al reddito o al patrimonio in sé, ma allo svolgimento di un'attività autonomamente organizzata per la produzione di beni e servizi, è dovuta anche dall'imprenditore familiare (nella specie: agente di commercio), mentre non sono soggetti all’imposta i familiari collaboratori cui viene imputato, a determinate condizioni e proporzionalmente alla rispettive quote di partecipazione, il reddito derivante dall'impresa familiare. (Cass. civ. Sez. V, 4 giugno 2019, n. 15217; Cass. civ. Sez. VI, 24 novembre 2016, n. 24060; Cass. civ. Sez. VI - 5, 17 giugno 2016, n. 12616; Cass. civ. Sez. V, 27 gennaio 2014, n. 1537; Cass. civ. Sez. V, 8 maggio 2013, n. 10777).

L’imprenditore che sia coniugato può trovarsi indifferentemente in regime di comunione o di separazione dei beni. In caso di comunione dei beni, tuttavia, l’azienda (cioè l’insieme dei beni organizzati dall’imprenditore: art. 2555 c.c.) non sarà in comunione, facendovi difetto per definizione l’elemento della cogestione (imprescindibile ex art. 177 lett. d ed ultimo comma, c.c.) e semmai potrà parlarsi di azienda personale di uno dei coniugi (art. 178 c.c. che considera beni ed incrementi come ricadenti nella comunione de residuo). Proprio l’elemento della subordinazione dei familiari rispetto al titolare che gestisce l’azienda distingue, infatti, l’impresa familiare dall’azienda coniugale - prevista nell’art. 177 lett. d del codice civile - che è invece cogestita dai coniugi e le cui problematiche appartengono al regime della comunione legale (Cass. civ. Sez. lavoro, 18 dicembre 1992, n. 13390).

Ed è proprio la collaborazione lavorativa dei familiari con il titolare dell’impresa ad essere al centro del contenzioso che riguarda i diritti patrimoniali dei familiari loro assicurati dall’art. 230 bis c.c.. Per questo le controversie sono di competenza del giudice del lavoro, sussistendo il requisito della parasubordinazione nell’attività svolta (numerose pronunce da Cass. civ. Sez. lavoro, 23 novembre 1984, n. 6069 a Cass. civ. Sez. lavoro, 26 agosto 1997, n. 8033 e più di recente Cass. civ. Sez. lavoro, 8 aprile 2015, n. 7007).

Il secondo comma dell’art. 230-bis del codice civile richiama i principi di parità precisando opportunamente che “il lavoro della donna è considerato equivalente a quello dell’uomo”.

Il terzo comma chiarisce che si intendono per familiari “il coniuge, i parenti [anche collaterali] entro il terzo grado [es. figli, fratelli, nipoti], gli affini [anche collaterali] entro il secondo [es. suoceri, generi, nuore, cognati]”. Al familiare che presta in modo continuativo la sua attività di lavoro nell’impresa familiare [o nella famiglia se questo lavoro assume rilievo diretto nella gestione dell’impresa: Cass. sez. Unite 4 febbraio 1995, n. 89] – e sempre che non sia configurabile un diverso rapporto disciplinato in altro modo dalla legge (per esempio rapporto societario o di lavoro subordinato) – l’art. 230-bis attribuisce il “diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia” e la partecipazione “agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi, nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, in proporzione alla quantità e alla qualità del lavoro prestato”[2].

Secondo quanto precisa il quarto comma dell’art. 230-bis la liquidazione dei diritti di partecipazione (agli utili dell’impresa ed ai beni acquistati con essi) può essere effettuata (e quindi le parti possono pattuire modalità diverse) in denaro alla cessazione, per qualsiasi causa, della prestazione di lavoro, ed altresì in caso di alienazione dell’azienda; il pagamento può avvenire anche in più annualità, determinate, in difetto di accordo, dal giudice.

Il diritto al mantenimento e di partecipazione agli utili - e quindi la tutela del familiare collaboratore - è ovviamente intrasferibile, salvo che il trasferimento non avvenga a favore di un altro familiare e con il consenso di tutti i familiari collaboratori (art. 230-bis quarto comma)

Così richiamato il quadro normativo di riferimento, occorre osservare subito che quasi mai nella pratica si pone il problema del “diritto al mantenimento” del familiare collaboratore, giacché in genere questo diritto è garantito nella vita in comune o, in caso di separazione, dalle misure relative al contributo di sostentamento coniugale o per i figli. L’affermazione contenuta nella norma – limitatamente al mantenimento – ha, quindi, un significato storico che si potrebbe considerare superato (la norma fu inserita nel codice nel 1975 quando la condizione della vita familiare era ben diversa da oggi). Ne residua, tuttavia, una qualche rilevanza proprio nella problematica relativa al calcolo degli utili – come si dirà - dal momento che secondo l’orientamento della giurisprudenza “ai sensi dell’art. 230-bis cod. civ., gli utili da attribuire ai partecipanti all’impresa familiare vanno calcolati al netto delle spese di mantenimento, pure gravanti sul familiare che esercita l’impresa” (Cass. civ. Sez. lavoro, 23 giugno 2008, n. 17057; Cass. civ. Sez. lavoro, 16 aprile 1992, n. 4650 Cass. civ. Sez. lavoro, 2 aprile 1992, n. 4057). Ed è del tutto ragionevole che sia così perché mantenimento e partecipazione agli utili sono due voci che, dovendo trovare soddisfazione da un’unica fonte di reddito, sono inevitabilmente da computare insieme nel medesimo diritto di credito del collaboratore.

b) L’art. 230-ter c.c.

La nozione di “familiari” legati alla famiglia coniugale aveva sempre lasciato fuori dalla tutela offerta dall’art. 230-bis del codice civile i componenti della famiglia di fatto dell’imprenditore che collaborano nella sua impresa (Cass. civ. Sez. II, 29 novembre 2004, n. 22405 e Cass. civ. Sez. lavoro, 2 maggio 1994, n. 4204) anche se una parte della giurisprudenza più recente aveva espresso un orientamento favorevole al riconoscimento della tutela tra conviventi more uxorio – nella specie di trattava della compagna, ex domestica, di un imprenditore - sostenendo che “l’art. 230-bis c.c. è applicabile anche in presenza di una famiglia di fatto, che costituisce una formazione sociale atipica a rilevanza costituzionale” (Cass. civ. Sez. lavoro, 15 marzo 2006, n. 5632). Qualche apertura, seppure con riferimento alla comunione tacita familiare, era contenuto già in Cass. civ. Sez. lavoro, 19 dicembre 1994, n. 10927.

La legge 20 maggio 2016, n. 76 all’art. 1, comma 46, ha introdotto l’art. 230-ter c.c. chiamato pudicamente “Diritti del convivente”. La norma dispone che “Al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all'interno dell'impresa dell'altro convivente spetta una partecipazione agli utili dell'impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell'azienda, anche in ordine all'avviamento, commisurata al lavoro prestato. Il diritto di partecipazione non spetta qualora tra i conviventi esista un rapporto di società o di lavoro subordinato”.

Praticamente – e con l’eccezione di quanto previsto nella seconda parte dell’art. 230-bis - viene esteso anche al convivente more uxorio dell’imprenditore l’insieme dei diritti di natura economica (ad eccezione del mantenimento) garantiti al collaboratore dell’impresa familiare.


[1] Essendo questo un dato che appare storicamente acquisito stupisce una affrettata definizione dell’impresa familiare come impresa collettiva (Cass. civ. Sez. lavoro, 4 ottobre 2013, n. 22732).

[2] Tribunale Roma Sez. lavoro, 18 febbraio 2019: L'avvenuta, continuativa, partecipazione all'impresa familiare comporta l'acquisizione, da parte del membro del gruppo familiare al diritto al mantenimento, parametrato alla condizione patrimoniale della famiglia, nonché del diritto alla partecipazione agli utili, ai beni acquistati con essi, nonché agli incrementi dell'azienda, anche in ordine all'avviamento, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato. Il familiare che partecipa all' impresa ha diritto di partecipare alle decisioni che concernono l'impiego degli utili e degli incrementi, nonché quelle inerenti alla gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla cessazione dell'impresa, adottate a maggioranza, dovendosi precisare che, ai fini del calcolo della maggioranza, i voti dei partecipanti all'impresa hanno tutti lo stesso valore e non esistono quote. Infine, il partecipante all'impresa familiare ha diritto, ex lege, al mantenimento.

Gianfranco Dosi
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