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LESSICO DI DIRITTO DI FAMIGLIA®
FAMIGLIA

I

Introduzione: la famiglia nucleare “parentale”

Nell’ambito della ricerca antropologica e sociologica, è unanime la convinzione che è impossibile ricondurre la famiglia a un sistema di relazioni basate su funzioni naturali riferibili a un modello immutato per tutte le società e per tutte le epoche [è inevitabile richiamare in questa sede quanto meno gli studi di M. Barbagli (a cura di), Famiglia e mutamento sociale, Il Mulino, Bologna, 1977; F. Heritier, Famiglia, in Enciclopedia, Vol. VI, Einaudi, Torino, 1979; W. J. Goode, Famiglia e trasformazioni sociali, Zanichelli, Bologna, 1982; M. Barbagli, Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia dal XV al XX secolo, il Mulino, Bologna, 1984; C. Saraceno, Sociologia della famiglia, Il Mulino, Bologna, 1988]. La variabilità dei modelli peraltro ha sempre indotto anche una molteplicità di approcci [ben presentati in P. Donati, P. Di Nicola, Lineamenti di sociologia della famiglia, La nuova Italia scientifica, Roma, 1995].

Da tutti questi studi emerge molto chiaramente – come è molto noto - che il modello strutturale della famiglia moderna impostosi nel dopoguerra è quello della famiglia nucleare caratterizzata dalla convivenza tra parenti di primo grado (genitori e figli) in contrapposizione storica con il modello della famiglia patriarcale estesa caratterizzato dalla convivenza di membri della famiglia appartenenti a più generazioni (genitori, figli, nonni, zii). La famiglia estesa costituiva la norma in Italia, soprattutto nelle aree rurali, almeno fino ai primi decenni del Novecento, e consentiva ai suoi componenti di condividere la quotidianità, di collaborare nella cura reciproca e nell’organizzazione domestica.

Tuttavia, anche la famiglia nucleare (fondata sul matrimonio e su una discendenza in genere numerosa) si è trasformata a partire in Itala dagli anni Sessanta del secolo scorso. La rivoluzione demografica e le profonde trasformazioni socioeconomiche e culturali degli ultimi settant’anni, sono alla radice del suo declino e della diffusione ormai di una molteplicità di tipi di famiglia. La crisi dell’istituzione matrimoniale è ampiamente documentata dal calo e dal ritardo dei matrimoni, dall’aumento delle convivenze e delle unioni libere [rimane ancora fondamentale uno dei primi approfondimenti sociologici in Italia sulle convivenze di fatto di V. Pocar e P. Ronfani, Coniugi senza matrimonio, Cortina, Roma, 1992] anche tra persone dello stesso sesso, dall’aumento dei divorzi, dall’aumento delle famiglie monoparentali, di quelle ricostituite e di quelle unipersonali, dal calo complessivo delle nascite e dall’aumento dei figli nati fuori dal matrimonio. Fenomeni che hanno modificato e continuano a modificare la natura stessa della famiglia e del matrimonio.

In un lavoro divulgativo che resta ancora oggi un punto di riferimento per chi intende approfondire la varietà dei modelli familiari nella nostra realtà [A. L. Zanatta, Le nuove famiglie, Il Mulino, Bologna, 1997] si ricorda che nella società del passato in cui, in tutte le classi sociali, il matrimonio era un’alleanza tra famiglie mentre i sentimenti degli individui erano del tutto irrilevanti, la stabilità dei matrimoni era garantita dagli interessi economici e di potere che stavano alla base di tale alleanza. Quando il matrimonio d’amore ha preso il posto di quello combinato, le aspettative di felicità della coppia sono aumentate. L’unione coniugale perde la sua ragion d’essere quando l’amore si dissolve. L’autonomia individuale, anche nel campo dei sentimenti e degli affetti si è affermata in una duplice direzione: in un primo tempo la coppia coniugale si è affrancata dal controllo pervasivo e diffuso dei parenti, rafforzando la relazione affettiva all’interno della coppia e tra genitori e figli. In un secondo tempo si è sviluppata l’indipendenza individuale in seno alla stessa famiglia coniugale con la conseguenza che le esigenze di autorealizzazione del singolo possono sembrare o diventare prioritarie rispetto a quelle dell’unità familiare. Il principio di dissolubilità del matrimonio (legge 1° dicembre 1970, n. 898) ha reso possibile la fuoriuscita legale dal matrimonio.

I cambiamenti della condizione della donna nella società e nella famiglia hanno naturalmente contribuito in modo importante alle trasformazioni della famiglia contemporanea. La maggiore autonomia sociale della donna – non solo, s’intende, l’autonomia economica, messa in crisi oggi dalla condizione di riduzione delle opportunità lavorative anche tradizionali per tutti – si è tradotta in maggior potere contrattuale all’interno della famiglia, in una maggiore capacità di negoziare rapporti familiari più paritari e anche di interrompere relazioni giudicate insostenibili o inadeguate rispetto alle aspettative. In questo senso possono essere certamente letti i dati statistici da cui risulta che i più alti tassi di divorzio si hanno dove la quota di donne lavoratrici è più elevata. In tali aree la maggior parte delle domande di divorzio proviene proprio dalle donne. Naturalmente può essere significativo, a tale proposito, osservare che una quota consistente di domande di divorzio presentate dagli uomini, può fondatamente ritenersi motivata dalla insoddisfazione per la perdita di privilegi che la divisione tradizionale dei ruoli ha sempre loro assicurato. Resta, tuttavia, il fatto ancora largamente presente di una divisione del lavoro all’interno della famiglia fortemente asimmetrica e scompensata a svantaggio della donna.

Cambiano quindi le relazioni all’interno della coppia e si moltiplicano le strutture familiari (famiglie di fatto, famiglie con un solo genitore, famiglie ricostituite, famiglie unipersonali) anche se la famiglia resta un punto di riferimento importante per la maggior parte delle persone e conserva un grande significato affettivo ed esistenziale.

In questa sede ci si interroga da giuristi sul significato della famiglia. Il diritto di famiglia non ha, però, ambizioni sociologiche o antropologiche, ma semplicemente di ricostruzione e di promozione giuridica. Ciò significa che si cercherà di ricostruire il concetto attuale di famiglia non tanto, però, attraverso l’esame strutturale dei differenti tipi di aggregazione interpersonale che la connotano nell’epoca contemporanea (è sufficiente per questo rimandare agli studi di demografia o di sociologia sull’argomento dove si parla di famiglie anziché di famiglia, nel senso che non è concepibile un concetto unico di famiglia da indicare come modello e che nella società coesistono oggettivamente differenti forme di famiglia), quanto adottando una prospettiva funzionale, interrogandosi, cioè, soprattutto sulle garanzie che il diritto è in grado di assicurare alla persona nell’ambito delle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità (art. 2 Cost.) nella prospettiva per cui “ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare”, come molto semplicemente (e per nulla ideologicamente) ricorda l’art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 4 novembre 1950 (legge 4 agosto 1955, n. 848).

Interrogarsi sulla vita familiare e sulle situazioni giuridiche in concreto fruibili nella famiglia è l’obiettivo quindi che il giurista può pragmaticamente porsi, pur senza tralasciare di indicare al legislatore le prospettive di un adattamento continuo delle norme giuridiche alle trasformazioni sociali. In questo senso le grandi riforme di questi anni (la riforma sull’affidamento condiviso del 2006, la riforma della filiazione del 2012 e del 2013 e la riforma sulle unioni civili e sulle convivenze di fatto del 2016) hanno costituito il segnale più eloquente di come questo lavoro di adattamento sia concretamente possibile anche nell’ambito di aspetti del vivere sociale fortemente permeati da principi e convinzioni etiche.

Proprio il contenuto di queste riforme consente oggi di intravedere chiaramente gli elementi costitutivi di un singolare percorso di trasformazione della famiglia nel nostro Paese – dopo la dissoluzione della famiglia patriarcale - dal modello tradizionale della famiglia matrimoniale nucleare (tipica del codice del 1942) al modello nucleare costituzionale “paritario” (della riforma del 1975) e poi al modello attuale che potremmo chiamare nucleare “parentale”. L’avvento di quest’ultimo modello familiare – come meglio si vedrà – non è avvenuta escludendo le relazioni familiari allargate, ma, al contrario, includendole all’interno di un sistema ampio di relazioni parentali (e di affinità nel modello matrimoniale) che connotano la famiglia attuale come rete ampia di protezione e di solidarietà. Per questo si può parlare di famiglia sì nucleare ma “parentale”. Con la precisazione importante che, da un punto di vista funzionale, non è più il concetto di residenzialità a connotare la famiglia ma la rete parentale all’interno della quale le relazioni familiari si vivono e si trasformano.

Sono esempi di questo concetto esteso di famiglia i confini ampi della solidarietà alimentare (art. 433 c.c.), l’obbligo degli ascendenti di fornire ai genitori i mezzi necessari affinché possano adempiere i loro doveri nei confronti dei figli (art. 316-bis), il diritto dei figli di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale (art. 337-ter, primo comma, c.c.) e parallelamente anche il diritto degli ascendenti a mantenere rapporti con i nipoti (art. 317-bis c.c.), l’esclusione dello stato di adottabilità se il minore è assistito adeguatamente dai parenti entro il quarto grado (articoli 8 e 10 della legge 4 maggio 1983, n. 184), l’ampiezza del concetto di familiari nell’impresa familiare (art. 230-bis c.c.), l’inclusione globale nella famiglia non matrimoniale dell’intera rete parentale di entrambi i genitori (art. 258, primo comma, c.c.), l’inclusione a tutti gli effetti dei figli adottivi nella famiglia (art. 74 c.c.), l’ampiezza della nozione penalistica di prossimi congiunti (art. 307, ultimo comma, c.p.) ed altri elementi che saranno esaminati.

Sulla base di questi elementi non è più utilizzabile il concetto di famiglia nucleare tradizionale. Siamo in presenza, pur all’interno di un modello generale di famiglia di tipo nucleare, di una estensione della significatività della rete familiare che connota la nuclearità come inclusiva di relazioni parentali, in buona parte dovuta e trainata dalla centralità che nella stessa famiglia nucleare, un tempo soprattutto coniugale, ha acquisito la condizione giuridica dei figli.

Non è più, come nella famiglia nucleare tradizionale, la residenza comune, quindi, che dà un significato alla famiglia (considerato che l’urbanizzazione non rende possibili legami residenziali se non nell’ambito della famiglia nucleare genitori-figli e che anche l’assenza di residenza comune non impedisce il formarsi di una famiglia) ma tutti i legami parentali, anche quelli più ampi, che sono diventati nel tempo sempre più significativi, importanti per la socializzazione, talvolta vitali (come nell’assistenza dei familiari anziani) e in ogni caso giuridicamente cogenti e fonti di diritti e di doveri.

Gianfranco Dosi
Lessico di diritto di famiglia