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LESSICO DI DIRITTO DI FAMIGLIA®
DELIBAZIONE DELLA SENTENZA ECCLESIASTICA DICHIARATIVA DELLA NULLITÀ MATRIMONIALE

I

Il quadro normativo vigente

a) le norme concordatarie

Il Concordato tra la Santa Sede e l’Italia dell11 febbraio 1929, nel testo originario, prevedeva all’art. 34 che “Lo Stato italiano, volendo ridonare all’istituto del matrimonio, che è base della famiglia, dignità conforme alle tradizioni cattoliche del suo popolo, riconosce al sacramento del matrimonio, disciplinato dal diritto canonico, gli effetti civili” (primo comma) e che “Le cause concernenti la nullità del matrimonio e la dispensa dal matrimonio rato e non consumato sono riservate alla competenza dei tribunali e dei dicasteri ecclesiastici. Le sentenze relative, quando siano divenute definitive, saranno portate al Supremo Tribunale della della Segnatura, il quale controllerà se siano state rispettate le norme del diritto canonico relative alla competenza del giudice, alla citazione ed alla legittima rappresentanza o contumacia delle parti. Le dette sentenze definitive coi relativi decreti del Supremo Tribunale della Segnatura saranno trasmessi alla Corte di Appello dello Stato competente per territorio, la quale, con ordinanze emesse in Camera di Consiglio, li renderà esecutivi agli effetti civili ed ordinerà che siano annotati nei registri dello stato civile a margine dell’atto di matrimonio. Quanto alle cause di separazione personale, la Santa Sede consente che siano giudicate dall’autorità giudiziaria civile” (commi 4-6).

La legge 27 maggio 1929, n. 810 dava esecuzione al Concordato mentre la legge 27 maggio 1929, n. 847 ne dettava le disposizioni per l'applicazione, indicando capo II (Disposizioni relative ai matrimoni celebrati davanti i ministri del culto cattolico) nell’art. 17 che “La sentenza del tribunale ecclesiastico, che pronuncia la nullità del matrimonio, dopo che sia intervenuto il decreto del Supremo Tribunale della Segnatura, preveduto dall'art. 34 del Concordato dell'11 febbraio 1929, fra l'Italia e la Santa Sede, sono presentati in forma autentica alla Corte di appello della circoscrizione a cui appartiene il comune, presso il quale fu trascritto l'atto di celebrazione del matrimonio. La Corte di appello, con ordinanza pronunciata in camera di consiglio, rende esecutiva la sentenza e ne ordina la annotazione a margine dell'atto di matrimonio”.

In questo contesto Corte cost. 2 febbraio 1982, n. 18 premettendo che il principio della sovranità dello Stato e quello della sua sovranità e indipendenza nei confronti della chiesa cattolica, al pari del diritto alla tutela giurisdizionale, vanno ascritti nel novero dei princìpi supremi dell'ordinamento costituzionale dichiarava l'illegittimità costituzionale dell'art.1della legge 27 maggio 1929, n. 810, limitatamente all'esecuzione data al 6° comma dell'art. 34 del concordato, nonché dell'art.17, 2° comma,della legge 27 maggio 1929, n. 847, nella parte in cui tali norme non prevedono, secondo l'interpretazione prevalente nell'arco di più decenni, prospettata nelle ordinanze di rimessione, che la corte d'appello, all'atto di rendere esecutiva la sentenza ecclesiastica di nullità matrimoniale, debba accertare che nel procedimento innanzi ai tribunali ecclesiastici sia stato assicurato alle parti il diritto di agire e resistere in giudizio a difesa dei propri diritti, e che la sentenza non contenga disposizioni contrarie all'ordine pubblico italiano.

Successivamente la legge 25 marzo 1985, n. 121 (Ratifica ed esecuzione dell’accordo con protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modifiche al Concordato lateranense dell'11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede) apportava modificazioni del Concordato lateranense affermando testualmente che “La Repubblica italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti ed alla reciproca collaborazione per la promozione dell'uomo e il bene del Paese”.

L’art. 8 dell’Accordo, dopo aver premesso al primo comma che “Sono riconosciuti gli effetti civili ai matrimoni contratti secondo le norme del diritto canonico, a condizione che l’atto relativo sia trascritto nei registri dello stato civile, previe pubblicazioni nella casa comunale” al secondo comma prescrive quanto segue:

“Le sentenze di nullità di matrimonio pronunciate dai tribunali ecclesiastici, che siano munite del decreto di esecutività del superiore organo ecclesiastico di controllo, sono, su domanda delle parti o di una di esse, dichiarate efficaci nella Repubblica italiana con sentenza della Corte d'appello competente, quando questa accerti:

a) che il giudice ecclesiastico era il giudice competente a conoscere della causa in quanto matrimonio celebrato in conformità del presente articolo;

b) che nel procedimento davanti ai tribunali ecclesiastici é stato assicurato alle parti il diritto di agire e di resistere in giudizio in modo non difforme dai principi fondamentali dell'ordinamento italiano;

c) che ricorrono le altre condizioni richieste dalla legislazione italiana per la dichiarazione di efficacia delle sentenze straniere. La Corte d'appello potrà, nella sentenza intesa a rendere esecutiva una sentenza canonica, statuire provvedimenti economici provvisori a favore di uno dei coniugi il cui matrimonio sia stato dichiarato nullo, rimandando le parti al giudice competente per la decisione sulla materia.

Al momento della firma dell'Accordo, le parti dichiaravano in un Protocollo addizionale in relazione al predetto secondo comma dell’art. 8 che:

“ai fini dell'applicazione degli artt. 796 e 797 del codice italiano di procedura civile, si dovrà tener conto della specificità dell'ordinamento canonico dal quale è regolato il vincolo matrimoniale, che in esso ha avuto origine. In particolare:

1) si dovrà tener conto che i richiami fatti dalla legge italiana alla legge del luogo in cui si é svolto il giudizio si intendono fatti al diritto canonico;

2) si considera sentenza passata in giudicato la sentenza che sia divenuta esecutiva secondo il diritto canonico;

3) si intende che in ogni caso non si procederà al riesame del merito.

Le richiamate norme processuali di cui agli articoli 796 e 797 c.p.c. per la cui applicazione "si dovrà tener conto della specificità dell'ordinamento canonico” indicavano i criteri che il giudice italiano deve utilizzare nella valutazione finalizzata alla delibazione nell’ordinamento interno della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio. Tra questi criteri il previgente art. 797 c.p.c. al numero 7 prevedeva che la delibazione è ammessa solo se la sentenza non contiene “disposizioni contrarie all'ordine pubblico italiano”[1].

Benché gli articoli 796 e 797 c.p.c. siano stati successivamente abrogati dall’art. 73 della legge 31 maggio 1995, n. 218 (Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato) e sostituiti da nuove disposizioni di carattere generale, la giurisprudenza ritiene che il giudice italiano debba continuare a fare riferimento sempre ai previgenti articoli 796 e 797 c.p.c. (da ultimo Cass. civ. Sez. Unite, 17 luglio 2014, n. 16379 e 16380 dove si precisa che “Quanto, in particolare, all'art. 797 c.p.c., comma 1, n. 7, l'inequivoca formulazione letterale di tale norma del codice di rito civile, cui materialmente rinvia il punto 4, lett. b), del Protocollo addizionale, nonché i principi affermati dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 18 del 1982 non consentono alcun dubbio né circa il parametro da applicare - l'"ordine pubblico italiano" appunto, non già l'ordine pubblico internazionale, come invece viene adombrato con riferimento all'inapplicabile legge n. 218 del 1995, art. 64, lett. g), né circa il contenuto di esso, costituito, si ribadisce, dalle "regole fondamentali poste dalla Costituzione e dalle leggi a base degli istituti giuridici in cui si articola l'ordinamento positivo nel suo perenne adeguarsi all'evoluzione della società”). Gli stessi principi erano stati affermati da Cass. civ. Sez. I, 24 ottobre 2011, n. 21968 e Cass. civ. Sez. I, 26 settembre 2011, n. 19585 (In sede di delibazione della sentenza di nullità del tribunale ecclesiastico non è applicabile la legge 218/1995 ma gli artt. 796 e 797 c.p.c. e ciò per effetto del richiamo ai detti articoli contenuto nell'Accordo di modificazione del Concordato lateranense, reso esecutivo con L. 25 marzo 1985, n. 121, e gerarchicamente sovraordinato alla legge ordinaria in virtù del principio concordatario accolto dall'art. 7 Cost. ) e da molte altre sentenze precedenti.

b) Le norme del codice civile

Vanno infine segnalate le norme del codice civile che sono fortemente implicate – come si vedrà - nelle problematiche della delibazione di sentenze dichiarative della nullità di matrimoni in cui, prescindendo dalla specifica causa di nullità, la convivenza coniugale dopo la celebrazione del matrimonio viene eccepita come causa ostativa alla delibazione. Si tratta di norme che vengono considerate di ordine pubblico italiano e, appunto, come detto, considerate ostative alla delibazione di matrimoni di lunga durata.

Tra queste l’art. 123 del codice civile che, con riguardo alla simulazione del matrimonio civile, dopo aver premesso al primo comma che “il matrimonio può essere impugnato da ciascuno dei coniugi quando gli sposi abbiano convenuto di non adempiere agli obblighi e di non esercitare i diritti da esso discendenti” al secondo comma prevede un limite di decadenza all’impugnabilità del matrimonio simulato prevedendo che “l'azione non può essere proposta decorso un anno dalla celebrazione del matrimonio ovvero nel caso in cui i contraenti abbiano convissuto come coniugi successivamente alla celebrazione medesima”.

L’orientamento attuale che nega la delibazione delle sentenze ecclesiastiche di nullità in caso di matrimoni di lunga durata, si basa proprio sulla distinzione, nell'ambito dell'art. 123 c.c., delle due diverse regole di improponibilità della domanda: la prima derivante dal decorso del tempo ("L'azione non può essere proposta decorso un anno dalla celebrazione del matrimonio") e la seconda conseguente alla instaurazione di una convivenza a prescindere dalla sua durata (“L'azione non può essere proposta nel caso in cui i contraenti abbiano convissuto come coniugi successivamente alla celebrazione medesima") ritenendo contrastante con l’ordine pubblico la sentenza ecclesiastica di nullità in questa seconda situazione.

Lo stesso termine di decadenza di un anno è previsto per l’azione di nullità nelle altre ipotesi di invalidità di cui agli artt. 119-122, sia pure decorrente dal venir meno della causa che ha determinato gli sposi a contrarre matrimonio.

Proprio questi limiti hanno consentito alla giurisprudenza di differenziare il “matrimonio atto” dal “matrimonio rapporto”, fondando su tale differenza l’orientamento che nega, per contrasto con i principi di ordine pubblico del nostro ordinamento civile, la delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità in caso di matrimoni di lunga durata.

La circostanza, infatti, che il diritto canonico ammetta l'annullamento del matrimonio in ogni tempo prescindendo dalla durata del matrimonio stesso è stata al centro del lungo dibattito che negli ultimi decenni ha accompagnato l’evoluzione della giurisprudenza fino al riconoscimento recente della possibilità di delibazione delle sole sentenze dichiarative della nullità di matrimoni la cui durata è inferiore ai tre anni e sempre che una eccezione in tal senso venga formulata dalla parte che ritiene di averne interesse.

c) La giurisdizione del giudice italiano

Quanto alla giurisdizione del Giudice italiano nelle materie della nullità civile del matrimonio concordatario e della delibazione delle sentenze canoniche di nullità di tale matrimonio, è sufficiente ribadire - in continuità con i condivisi costanti orientamenti delle Sezioni Unite di questa Corte, costituenti ormai "diritto vivente" (cfr., ex plurimis, la sentenza n. 1824 del 1993 e l'ordinanza n. 14839 del 2011) - che:

a) l'Accordo (ed il Protocollo addizionale) del 1984, pur confermando, anche se implicitamente, la giurisdizione ecclesiastica sulle controversie in materia di nullità del matrimonio celebrato secondo le norme del diritto canonico (art. 8, paragrafo 2, dell'Accordo e punto 4 del Protocollo), non "riserva" più tale giurisdizione ai "tribunali e (...) dicasteri ecclesiastici" (art. 34, comma 4, del Concordato lateranense del 1929), né più "riconosce al sacramento del matrimonio, disciplinato dal diritto canonico, effetti civili" (art. 34, primo paragrafo), tali "riserva" e "riconoscimento" dovendo ritenersi certamente abrogati in forza dell'art. 13, paragrafo 1, secondo periodo, dell'Accordo medesimo, secondo cui le disposizioni del Concordato lateranense "non riprodotte come, appunto, l'art. 34 nel presente testo sono abrogate";

b) conseguentemente, sulle controversie aventi ad oggetto la nullità del matrimonio concordatario, regolarmente trascritto nei registri dello stato civile italiani, promosse dinanzi sia al giudice ecclesiastico sia al giudice civile, "concorrono" autonomamente la giurisdizione italiana e la giurisdizione ecclesiastica, determinandosi il rapporto tra l'una e l'altra in base al criterio della giurisdizione preventivamente adita;

c) a seguito: prima, nella vigenza dell'art. 34 del Concordato lateranense, della fondamentale sentenza della Corte costituzionale n. 18 del 1982 - che, tra l'altro, dichiarò l'illegittimità costituzionale, per violazione dell'art. 1 Cost., comma 2, art. 7 Cost., comma 1, e art. 24 Cost., comma 1, (anche) "della L. 27 maggio 1929, n. 810, art. 1 (...), limitatamente all'esecuzione data all'art. 34, comma 6, del Concordato, e della L. 27 maggio 1929, n. 847, art. 17, comma 2, (...), nella parte in cui le norme suddette non prevedono che alla Corte d'appello, all'atto di rendere esecutiva la sentenza del tribunale ecclesiastico, che pronuncia la nullità del matrimonio, spetta accertare che nel procedimento innanzi ai tribunali ecclesiastici sia stato assicurato alle parti il diritto di agire e resistere in giudizio a difesa dei propri diritti, e che la sentenza medesima non contenga disposizioni contrarie all'ordine pubblico italiano"; nonché della stessa L. n. 810 del 1929, art. 1, "limitatamente all'esecuzione data all'art. 34, commi 4, 5 e 6, del Concordato", e la L. n. 847 del 1929, art. 17, "nella parte in cui le suddette norme prevedono che la Corte d'appello possa rendere esecutivo agli effetti civili il provvedimento ecclesiastico, col quale è accordata la dispensa dal matrimonio rato e non consumato, e ordinare l'annotazione nei registri dello stato civile a margine dell'atto di matrimonio", e, poi, dell'entrata in vigore dell'Accordo e del Protocollo addizionale del 1984, non può più dubitarsi dell'attribuzione allo Stato italiano della piena ed effettiva giurisdizione, intesa quale indefettibile manifestazione della sua sovranità, in ordine al giudizio di delibazione delle sentenze canoniche di nullità del matrimonio, ogni questione vertendo, semmai soltanto sui cosiddetti "limiti interni" all'esercizio di tale giurisdizione, secondo la legge italiana interpretata anche alla luce dell'Accordo di Villa Madama.


[1] Cfr su questa problematica la voce ORDINE PUBBLICO

Gianfranco Dosi
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