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LESSICO DI DIRITTO DI FAMIGLIA®
COMUNIONE DE RESIDUO - Aggiornamento a cura dell'Avv. Maria Silvia Zampetti - Marzo 2022

I

Che si intende con l’espressione comunione de residuo? – (Aggiornamento Cass. civ. Sez. II, 19 ottobre 2021, n. 28872 e Cass. civ. Sez. I, ord., 19 febbraio 2021 n. 4492)

Il regime patrimoniale della comunione legale dei beni comporta l’acquisizione indivisa nel patrimonio di entrambi i coniugi di tutti gli acquisti effettuati congiuntamente o separatamente durante il matrimonio (“comunione immediata”: art. 177, lett. a, c.c.), salvo che il titolo di acquisto sia la donazione o la successione o che l’acquisto faccia riferimento a beni “strettamente personali” di un coniuge o che servono alla sua professione ovvero che sia effettuato con il ricavato della vendita di beni personali (art. 179). Tutti gli acquisti durante il matrimonio, quindi – con le eccezioni indicate – formano un patrimonio coniugale comune indiviso fino allo scioglimento del regime (per le cause indicate nell’art. 191 la più consueta delle quali è costituita dall’autorizzazione a vivere separati contenuta nell’ordinanza resa all’udienza presidenziale di separazione). A partire da tale momento la comunione legale si trasforma in comunione ordinaria e i coniugi possono procedere alla divisione rigorosamente in parti uguali (art. 194) fatti salvi i rimborsi e le restituzioni (art. 192).

La comunione immediata degli acquisti non è, però, l’unica ricchezza che i coniugi in comunione dividono al momento dello scioglimento del regime. In tale momento, infatti, si produce un’ulteriore acquisizione di ricchezza da parte dei coniugi, consistente nell’attribuzione a ciascuno di essi, sempre per quote uguali, dei risparmi (individuali) esistenti in quel momento. I proventi che i coniugi hanno separatamente acquisito, con il loro lavoro (subordinato o autonomo) e versato in conti individuali non è entrato nella comunione immediata (in quanto non si tratta di acquisti ma, appunto, di retribuzioni, stipendi o parcelle professionali); tali proventi entrano in comunione soltanto al momento in cui cessa il regime. La disciplina di tali risparmi, fino allo scioglimento della comunione, è quella dei rapporti tra correntisti e banca depositaria: ciascuno dei coniugi può, quindi, liberamente disporre del denaro esistente nel proprio conto individuale. Ciò, però, che al momento dello scioglimento della comunione non è stato consumato e che è rimasto nei conti correnti, viene acquisito al patrimonio comune e, come per gli acquisti di cui si è sopra detto, viene diviso a metà. Ugualmente avviene per altri beni che nel codice civile, come si dirà, sono specificamente indicati come facenti parte di quella che è comunemente chiamata comunione de residuo, cioè, appunto, comunione di ciò che rimane (perché non consumato). Poiché l’acquisizione di tali beni al patrimonio di ciascun coniuge si verifica solo al momento della cessazione del regime legale si parla anche di “comunione differita”. Un conguaglio finale, insomma, tra gli incrementi dei patrimoni di ciascun coniuge anche se la giurisprudenza, come di vedrà, preferisce parlare di contitolarità di diritti (più, quindi, che di un credito reciproco) al momento della cessazione del regime.

Per i conti correnti cointestati non si pone un problema di comunione de residuo essendo le regole de conto cointestato sufficienti a garantire la suddivisione del risparmio comune.

Nella comunione de residuo confluiscono quattro specifiche categorie di beni:

1) In primis per importanza “I proventi dell’attività separata di ciascuno dei coniugi se, allo scioglimento della comunione, non siano stati consumati” (art. 177 lett. c);

2) In secondo luogo “I frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi, percepiti e non consumati, allo scioglimento della comunione” (art. 177, lett. b);

3) “I beni destinati all’esercizio dell’impresa di uno dei coniugi costituita dopo il matrimonio…” se sussistono al momento dello scioglimento della comunione (art. 178, prima parte)

4) “… gli incrementi dell’impresa [di uno dei coniugi] costituita anche precedentemente” sempre se sussistono al momento dello scioglimento della comunione (art. 178, ultima parte).

Una recentissima sentenza della Corte di Cassazione ha rimesso al Primo Presidente della Corte gli atti (Cass. civ. Sez. II, 19 ottobre 2021, n. 28872, al fine di valutare se rimettere alle Sezioni Unite la questione di massima di particolare importanza relativa alla natura giuridica della c.d. comunione de residuo: su tale questione, infatti, si contrappongono in giurisprudenza due differenti tesi:

- la prima tesi (Cass. Civ. Sez. I, 29 novembre 1986 n. 7060, Sez. I, 21 maggio 1997, n. 4533; Sez. I, 20 marzo 2013, n. 6876) ne sostiene la natura di diritto di credito: nel regime della comunione legale fra i coniugi, tutti i beni, inclusi quelli immobili e quelli mobili iscritti in pubblici registri, che vengano acquistati da uno dei coniugi e destinati all'esercizio d'impresa costituita dopo il matrimonio, fanno parte della comunione medesima solo "de residuo", cioè se e nei limiti in cui sussistano al momento del suo scioglimento, e, pertanto, prima di tale evento, sono aggredibili per intero da parte del creditore del coniuge acquirente (il quale, creditore, deduca e dimostri il verificarsi di detta obiettiva destinazione). Questo principio discenderebbe dall'art. 178 c.c., che regola, compiutamente, senza distinguere fra mobili ed immobili, gli acquisti di un coniuge per impresa costituita dopo il matrimonio, nonchè dall'inapplicabilità a tali acquisti delle disposizioni dell'art. 179 c.c., comma 2 - prescrivente, per la sottrazione dalla comunione di immobili e mobili iscritti in pubblici registri, che l'esclusione stessa risulti da atto in cui sia parte anche l'altro coniuge - il quale si riferisce solo alle diverse ipotesi contemplate dal medesimo art. 179 c.c., comma 1; in tal modo si valorizzerebbero le esigenze sottese all'istituto della comunione de residuo, ovvero quelle del coniuge non imprenditore di vantare una legittima aspettativa sugli incrementi di valore di quei beni, e quelle del coniuge imprenditore di operare liberamente le sue scelte imprenditoriali (così anche Cass. Civ. Sez. VI-I, 21 febbraio 2018, n. 4186);

- la seconda tesi (Cass. Civ. Sez. V, 16 luglio 2008, n. 19567) riterrebbe preponderante la natura reale del diritto in questione, rilevando fra l’altro che, in tema di imposta sulle successioni, il saldo attivo di un conto corrente bancario, intestato - in regime di comunione legale dei beni - soltanto ad uno dei coniugi e nel quale siano affluiti proventi dell'attività separata svolta dallo stesso, se ancora sussistente entra a far parte della comunione legale dei beni, ai sensi dell'art. 177, comma 1, lett. c), c.c., al momento dello scioglimento della stessa, determinato dalla morte, con la conseguente insorgenza, solo da tale epoca, di una titolarità comune dei coniugi sul predetto saldo, evidenziandosi che lo scioglimento attribuisce invero al coniuge superstite una contitolarità propria sulla comunione e, attesa la presunzione di parità delle quote, un diritto proprio, e non ereditario, sulla metà dei frutti e dei proventi residui, già esclusivi del coniuge defunto (così anche Cass. Civ. Sez. I, 19 febbraio 2021, n. 4492).

Nella sentenza, la Cassazione esamina esaustivamente anche le varie tesi dottrinarie, arrivando infine alla conclusione dell’opportunità di rimettere la questione alle Sezioni Unite per fare definitiva chiarezza.

Con un’altra sentenza sempre del 2021, la Cassazione ha poi affermato che la preclusione per il coniuge beneficiario di assegno divorzile in unica soluzione, di cui all'art. 5, comma 8, l. n. 898 del 1970, di future pretese di carattere economico, non riguarda anche l'azione di accertamento della comunione "de residuo" proposta dall'ex coniuge ai sensi degli artt. 177, lett. b) e c), e 178 c.c., trattandosi di pretesa fondata su presupposti e finalità del tutto diversi, atteso che la detta comunione si costituisce solo su taluni beni dei coniugi e soltanto se ancora esistenti al momento del suo scioglimento (Cass. civ. Sez. I, ord., 19 febbraio 2021 n. 4492).

Gianfranco Dosi
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Lessico di diritto di famiglia