Accedi
LESSICO DI DIRITTO DI FAMIGLIA®
COGNOME

I

La disciplina legale del cognome del figlio nato nel matrimonio e del figlio nato fuori dal matrimonio

La formazione dell’atto di nascita è compito dell’Ufficiale di stato civile al quale viene resa la dichiarazione di nascita corredata da una “attestazione” contenente le generalità della madre, del luogo, dell’ora e del giorno in cui è avvenuta la nascita e del sesso del neonato.

Le generalità della madre devono essere omesse nel caso in cui la donna abbia dichiarato di non voler essere nominata (articolo 30, comma 1, DPR 2 novembre 2000, n. 396, Ordinamento di stato civile).

La dichiarazione di nascita viene resa da uno dei genitori coniugati del neonato - in genere il padre - oppure dal genitore che effettua il riconoscimento del figlio nato fuori del matrimonio, ovvero dal sanitario o ostetrica che ha assistito al parto. La dichiarazione è resa entro dieci giorni presso il Comune dove è avvenuto il parto ma può anche essere effettuata entro tre giorni direttamente presso la direzione sanitaria (potendo contenere in tale ultimo caso anche l’eventuale riconoscimento del figlio nato fuori del matrimonio). La direzione sanitaria ne curerà la trasmissione al Comune di nascita (articoli 28 - 48 dell’Ordinamento di stato civile).

L’atto di nascita così formato contiene i dati identificativi del neonato e dei genitori (salvo, come detto, quelli della madre che abbia chiesto di partorire mantenendo l’anonimato) nonché il nome scelto dai genitori per il neonato.

a) Il cognome del figlio nato nel matrimonio

Il cognome del neonato sarà quello del marito della partoriente se coniugata, in virtù della presunzione di paternità indicata nell’articolo 231 del codice civile, come modificato dalla legge 219/2012 e dall’articolo 9 del decreto legislativo di attuazione (“Il marito è padre del figlio nato o concepito durante il matrimonio”).

Si vedrà più oltre come la Corte costituzionale nel dicembre del 2016 abbia inciso su questa regola del patronimico obbligatorio per la filiazione nel matrimonio.

b) Il cognome del figlio nato fuori dal matrimonio

Per quanto attiene al cognome del figlio nato fuori del matrimonio, prima delle riforme sulla filiazione (legge 10 dicembre 2012, n. 219 e D. Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154), la disciplina - contenuta nell’articolo 262 del codice civile – era la seguente: “Il figlio naturale assume il cognome del genitore che per primo lo ha riconosciuto. Se il riconoscimento è stato effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori il figlio naturale assume il cognome del padre. Se la filiazione nei confronti del padre è stata accertata o riconosciuta successivamente al riconoscimento da parte della madre, il figlio naturale può assumere il cognome del padre aggiungendolo o sostituendolo a quello della madre. Nel caso di minore età del figlio, il giudice decide circa l’assunzione del cognome del padre”. La competenza a decidere sul cognome in caso di minore età del figlio riconosciuto disgiuntamente dai genitori era del tribunale per i minorenni al quale l’ufficiale di stato civile trasmetteva copia della decisione dei genitori che il tribunale poteva ratificare oppure disattendere (con decreto impugnabile in corte d’appello entro dieci giorni dalla comunicazione, trattandosi di procedimento con una parte soltanto: articolo 739, secondo comma, codice di procedura civile).

Nel caso di neonati di cui non sono conosciuti i genitori “l’ufficiale di stato civile [al quale la direzione sanitaria trasmette la dichiarazione di nascita] impone ad essi il nome e il cognome” (articolo 29, comma 5, ordinamento di stato civile).

La riforma del 2012/2013 nulla ha innovato circa l’attribuzione del cognome al figlio nato nel matrimonio mentre ha riscritto la disciplina del cognome del figlio nato fuori del matrimonio.

L’attuale articolo 262 del codice civile – nel testo introdotto dall’art. 27 del D. Lgs 28 dicembre 2013, n. 154 - è il seguente:

Art. 262. Cognome del figlio nato fuori del matrimonio

Il figlio assume il cognome del genitore che per primo lo ha riconosciuto. Se il riconoscimento è stato effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori il figlio assume il cognome del padre.

Se la filiazione nei confronti del padre è stata accertata o riconosciuta successivamente al riconoscimento da parte della madre, il figlio può assumere il cognome del padre aggiungendolo, anteponendolo o sostituendolo a quello della madre.

Se la filiazione nei confronti del genitore è stata accertata o riconosciuta successivamente all’attribuzione del cognome da parte dell’ufficiale dello stato civile, si applica il primo comma del presente articolo; il figlio può mantenere il cognome precedentemente attribuitogli, ove tale cognome sia divenuto autonomo segno della sua identità personale, aggiungendolo, anteponendolo o sostituendolo al cognome del primo genitore che per primo lo ha riconosciuto o al cognome del padre in caso di riconoscimento contemporaneo da parte di entrambi i genitori.

Nel caso di minore età del figlio, il giudice decide circa l’assunzione del cognome del genitore, previo ascolto del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento”.

Rimane – anche dopo la riforma (e salvo quanto si dirà nel prossimo capitolo in ordine all’intervento della Corte costituzionale sul punto nel dicembre del 2016) - la regola giuridica che in caso di riconoscimento congiunto prevale il cognome paterno, in perpetuazione di quel favor del nostro ordinamento giuridico verso il patronimico che appartiene anche alle regole dell’attribuzione del cognome nella famiglia fondato sul matrimonio.

Viceversa vi sono tre novità.

La prima novità sta nel fatto che in caso di riconoscimento paterno successivo a quello materno “il figlio può assumere il cognome del padre aggiungendolo, anteponendolo o sostituendolo a quello della madre”. La motivazione di questa ampia opportunità di scelta sta nel fatto che il riconoscimento paterno tardivo può avvenire a qualche ora o giorno di distanza da quello materno ma anche a distanza di molti anni. La legge, perciò, si preoccupa di garantire la possibilità che il cognome materno possa mantenere una sua visibilità ove sia diventato un segno di identità del figlio. La precedente versione dell’articolo 262 prevedeva solo la possibilità di aggiunta o di sostituzione. La riforma del 2012/2013 ha inserito, quindi, la possibilità di anteposizione a quello materno del cognome tardivo paterno.

La seconda novità è contenuta nel nuovo terzo comma che riguarda i figli (di ignoti) ai quali il cognome è stato attribuito dall’ufficiale di stato civile. Anche in questa evenienza troverà applicazione, in caso di riconoscimento successivo da parte di uno o di entrambi i genitori, la stessa normativa sopra esaminata per i figli nati fuori del matrimonio (cognome del genitore che riconosce il figlio o cognome paterno in caso di riconoscimento congiunto da parte di entrambi i genitori) ma il figlio – ove il cognome attribuitogli dall’ufficiale di stato civile sia divenuto segno autonomo della sua identità personale – può mantenere il cognome precedentemente attribuitogli “aggiungendolo, anteponendolo o sostituendolo” al nuovo cognome.

Questa novità legislativa va anche oltre la pronuncia con cui la Corte costituzionale aveva dichiaratocostituzionalmente illegittimo l’articolo 262 del codice civile, nella parte in cui non prevede che il figlio naturale, nell’assumere il cognome del genitore che lo riconosce (dopo l’imposizione del cognome da parte dell’ufficiale di stato civile), possa ottenere dal giudice il riconoscimento del diritto a mantenere – anteponendolo o aggiungendolo - il cognome col quale era precedentemente conosciuto, quando questo è diventato un segno, autonomo e distintivo, della sua identità personale” (Corte cost. 23 luglio 1996, n.297).

La terza novità in tema di cognome nella filiazione fuori del matrimonio riguarda il cognome del figlio minore di età. In questo caso la decisione sul cognome non è dell’interessato (come avviene quando è maggiorenne) ma spetta, sia pure su indicazione in genere dei genitori, al tribunale (ordinario secondo la riforma e non più il tribunale per i minorenni: cfr nuovo articolo 38 delle disposizioni di attuazione del codice civile nel testo introdotto dall’art. 3 della legge 10 dicembre 2012, n. 219 e poi ancora modificato dall’art. 96 lett. c) del D. Lgs. di attuazione 28 dicembre 2013, n. 154). L’ufficiale di stato civile raccoglie la volontà dei genitori e la trasmette al tribunale. Il giudice, prima di decidere, dovrà obbligatoriamente ascoltare in proposito il minore dodicenne o anche di età inferiore se capace di discernimento. Potrebbe avvenire che tra i due genitori vi sia contrasto sulla scelta del cognome: benché nessuna norma prescriva l’audizione dei genitori sarà evidentemente necessario che il tribunale proceda alla loro convocazione essendo diritto di ciascuno di essi esprimere una autonoma valutazione in ordine alla scelta del cognome (il padre potrebbe desiderare l’attribuzione del suo cognome mentre la madre potrebbe voler mantenere anche il proprio).

Il procedimento – diversamente da quanto avviene quando sulla scelta non vi sia contrasto tra i genitori - diventa per ciò stesso un procedimento con due parti. Con la conseguenza che il decreto del tribunale sarà reclamabile in Corte d’appello entro dieci giorni non dalla comunicazione ma dalla notifica a cura della parte più diligente (articolo articolo 739, secondo comma, codice di procedura civile). La Cassazione ha ritenuto il Procuratore generale presso la Corte d’appello legittimato a proporre ricorso per cassazione avverso la decisione della Corte d’appello in materia di cognome (Cass. sez. VI, 27 giugno 2013, n. 16271).

L’articolo 262 del codice civile trova applicazione anche in caso di dichiarazione giudiziale di paternità (sia relativamente a figli minori che in caso di figli maggiorenni) in quanto la legge non prevede che la decisione sul cognome sia effettuata con la sentenza che accerta la paternità. L’art. 277 c.c. a tale proposito si limita a dire che “la sentenza che dichiara la filiazione [meglio dovrebbe dirsi “la paternità”] produce gli stessi effetti del riconoscimento”. Sarà pertanto l'interessato maggiorenne a scegliere o i genitori del minore a promuovere il procedimento di cui all’articolo 262 indicando al tribunale la propria preferenza per l’attribuzione al figlio del cognome.

Viceversa il nuovo procedimento di riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio in caso di opposizione dell’altro genitore (nuovo art. 250 c.c. come modificato dalla riforma sulla filiazione, in particolare dall’art.1, secondo comma, della legge 10 dicembre 2012, n. 219) prevede espressamente che il tribunale ordinario – cui il nuovo art. 38 disp. att. c.c. attribuisce la competenza in sostituzione del tribunale peri minorenni che l’aveva prima della riforma del 2012 - che “con la sentenza che tiene luogo del consenso mancante, il giudice assume i provvedimenti opportuni in relazione all’affidamento e al mantenimento del minore ai sensi dell’art. 315-bis e al suo cognome ai sensi dell’art. 262”.

Un meccanismo particolare è previsto per il cognome del minore adottato con l’adozione ai sensi degli articoli 44 – 57 della legge 4 maggio 1983, n. 184). In tal caso troverà applicazione l’articolo 299 del codice civile che prevede per gli adottati (maggiorenni o minorenni in casi particolari) proprie regole di attribuzione del cognome che per la loro specificità sono esaminate altrove.

Esemplificazione

Volendo riepilogare schematicamente le regole sull’attribuzione del cognome del figlio nato fuori dal matrimonio si esemplifica il caso in cui Francesco viene riconosciuto alla nascita dalla madre Bianchi e successivamente (spontaneamente o con sentenza dichiarativa della filiazione) dal padre Rossi.

Considerato, come si è visto, che “il figlio può assumere il cognome del padre aggiungendolo, anteponendolo o sostituendolo a quello della madre” (art. 262 c.c.), Francesco Bianchi può diventare a) Francesco Bianchi Rossi, b) Francesco Rossi Bianchi, c) Francesco Rossi.

Come si vede non è possibile che rimanga Francesco Bianchi (salvo quanto si dirà più oltre in ordine alla possibilità di conservare il cognome di origine).

Gianfranco Dosi
1
8
Lessico di diritto di famiglia