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LESSICO DI DIRITTO DI FAMIGLIA®
ASSEGNO DI DIVORZIO E ONERE DELLA PROVA (dopo Cass. civ. Sez. Unite, 11 luglio 2018, n. 18287)

I

Il superamento, in materia di assegno divorzile, delle equazioni tradizionali sull’onere della prova nel processo civile

La tesi che intendo illustrare è che il riconoscimento e l’attribuzione in sede giudiziaria dell’assegno divorzile non sono più da considerare governati in via prevalente dalla regola tradizionale dell’art. 2697 c.c. sull’onere della prova nel processo civile[1], ma sono il risultato della distribuzione, operata dalla legge, tra il giudice e le parti di differenti e convergenti funzioni (ribadite molto efficacemente da Cass, civ. Sez. Unite, 11 luglio 2018, n. 18287) che consistono per il giudice nel potere/dovere di accertamento anche d’ufficio delle condizioni reddituali, economiche e patrimoniali delle parti (cui corrisponde un dovere di documentazione e di collaborazione delle parti e comunque di soggezione a tale potere/dovere) e per le parti private nell’onere probatorio teso soprattutto all’accertamento delle connessioni causali tra lo squilibrio dei redditi e gli indicatori elencati nell’art. 5, comma 6, della legge sul divorzio (contributo personale data alla vita familiare, condizioni personali, ragioni della decisione, durata del matrimonio).

In materia di onere della prova in generale i processualisti ci hanno sempre abituato a pensare in termini di due equazioni:

I equazione: Diritti disponibili = art. 2697 c.c. (onere della prova sostanzialmente a carico delle parti[2])

II equazione: Diritti indisponibili = poteri di ufficio del giudice e decisione anche ultra petita[3].


[1] L’art. 2697 c.c. afferma il principio dell'onere in capo all'attore che intenda far valere un diritto di provare i fatti costitutivi del diritto stesso (cioè i fatti, gli elementi, richiesti dalla legge per l'esistenza di tale diritto) e l’onere per il convenuto di eccepire l’eventuale inefficacia o inesistenza di tali fatti sostenendo che il diritto si è, per esempio, estinto o modificato, e dovendo perciò provare tali fatti estintivi, modificativi o impeditivi.

[2] Cfr anche l’art. 115 c.p.c. (Disponibilità delle prove): Il giudice pone a fondamento della propria decisione le prove prodotte dalle parti o dal pubblico ministero, nonché i fatti non specificamente contestati dalla parte costituita. Il giudice porrà a fondamento della sua decisione anche le nozioni di fatto che rientrano nella comune esperienza, senza bisogno di prova.

[3] Tutto ciò nell’ambito di un sistema processuale basato su alcuni semplici principi: a) sulla sostanziale equiparazione tra prove precostituite (atti pubblici, scritture private, scritture richieste per motivi fiscali dalla pubblica amministrazione come le dichiarazioni dei redditi) e prove precostituende. b) sulla sostanziale equiparazione tra prova diretta e prova indiretta come le presunzioni (art. 2727 c.c.[3]) c) sul libero convincimento del giudice (art. 116 c.p.c.) in cui la valutazione delle prove (dirette o indirette che siano) è rimessa al suo prudente apprezzamento, salvo per le prove cosiddette legali (confessione e giuramento) che nei limiti della loro ammissibilità vincolano lo stesso giudice.

Gianfranco Dosi
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Lessico di diritto di famiglia