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LESSICO DI DIRITTO DI FAMIGLIA®
ALTERAZIONE DI STATO E FALSE DICHIARAZIONI IN ATTI DELLO STATO CIVILE

I

I reati contro lo status filiationis

Nell’ambito dei delitti contro la famiglia (Titolo XI del secondo libro del codice penale[1]), alcune norme sono rivolte all’incriminazione di comportamenti illeciti commessi contro lo “stato di famiglia” (espressione che fa riferimento allo status filiationis), includendosi in questa categoria comportamenti eterogenei che determinano una difformità tra quanto riportato nei registri di stato civile e la vera identità del figlio, cioè di uno dei più importanti suoi diritti della personalità[2].

Si prendono qui in considerazione – per l’assoluta maggior frequenza con cui si verificano – le dichiarazioni all’ufficiale di stato civile non corrispondenti alla verità della procreazione.

Alcuni di questi comportamenti possono realizzarsi al momento della formazione dell’atto di nascita di un figlio (indifferentemente nato nel matrimonio o fuori dal matrimonio) ed integrano reati gravi contro lo status filiationis, il più significativo dei quali è l’alterazione di stato (art. 567, secondo comma, c.p.). Altri comportamenti, sempre contro lo status filiationis (false attestazioni e false dichiarazioni), possono invece realizzarsi a distanza di tempo dalla formazione dell’atto di nascita (nel caso di falso riconoscimento di un figlio nato fuori dal matrimonio da parte del genitore che non lo ha riconosciuto al momento della nascita) e possono integrare il diverso (meno grave) reato di “false dichiarazioni in atti dello stato civile” (art. 495 c.p.[3]).

Le disposizioni penali contro lo stato di famiglia riguardano la protezione dell’identità personale attraverso la corretta registrazione delle persone nei registri dello stato civile (essendo gli atti di stato civile destinati a documentare e provare l’identità delle persone) e sino dirette in particolare alla veritiera attribuzione dello status filiationis.

E’ opportuno ricordare che la riforma della filiazione (attuata con la legge 10 dicembre 2012, n. 219 e con il decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154) ha cancellato le diversità di status collegate alla nascita nel matrimonio e fuori dal matrimonio e il nuovo art. 315 c.c. proclama solennemente che “Tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico”. Non ha più senso interrogarsi, quindi – come avveniva in passato - se il bene giuridico protetto da queste norme sia lo status del figlio “legittimo” o “naturale”. Lo status è oggi indiscutibilmente l’identità della persona.

Perciò alterare (in senso generale) lo status di figlio (al momento della formazione dell’atto di nascita o successivamente con un riconoscimento tardivo), significa dichiarare o attestare consapevolmente una condizione diversa dalla verità della procreazione biologica.

La giurisprudenza è consolidata su questa interpretazione.

La dichiarazione falsa resa in sede di formazione dell'atto di nascita altera lo stato del neonato, attribuendo al figlio riconosciuto una discendenza che non gli è propria secondo natura, essendo l'interesse protetto dal secondo comma dell'art. 567, c.p., integrato dall'interesse del neonato a non vedersi attribuire uno stato civile difforme da quello che gli spetta in virtù dei dati costitutivi reali (Cass. pen. Sez. VI, 5 maggio 2008, n. 35806). Per configurare il reato di alterazione di stato, nell'ipotesi di cui al secondo comma dell'art. 567 c.p., occorre che nell'atto di nascita vengano attribuiti al neonato genitori diversi da quelli che lo hanno generato poiché con questa norma il legislatore ha inteso tutelare l'interesse del minore alla verità effettiva dell'ascendenza, punendo l'attribuzione al neonato di un genitore diverso da quello naturale (Cass. pen. Sez. VI, 13 dicembre 2004, n. 4453 secondo cui non risponde di alterazione di stato la madre che, nel dichiarare all'ufficiale di stato civile che il figlio è stato concepito da un'unione naturale, occulti il suo stato di persona coniugata). Si tratta di una norma posta a garanzia dell’identità del neonato, del rapporto effettivo di procreazione per come naturalmente si determina e, quindi, dell'integrità dello stato di filiazione, quale attributo della personalità (Cass. pen. Sez. VI, 12 febbraio 2003, n. 17627).

Il reato è integrato anche, naturalmente, dal comportamento di chi afferma falsamente che un figlio nato nel matrimonio sarebbe invece figlio nato fuori dal matrimonio (Cass. pen. Sez. VI, 12 agosto 2009, n. 32854; Cass. pen. Sez. VI, 12 febbraio 2003, n. 17627).

Pertanto ai fini dei reati commessi contro lo stato di famiglia, si intende per status filiationis la situazione di fatto determinata dalla procreazione biologica (favor veritatis) e non anche la situazione giuridica a cui l’ordinamento ricollega diritti di famiglia e da cui fa discendere relazioni parentali giuridicamente riconosciute (favor legitimitatis). Il che – come si dirà - significa che non dichiarare al momento della nascita l’eventuale difformità biologica rispetto alla presunzione di concepimento durante il matrimonio (art. 232 c.c.) comporta l’attribuzione di responsabilità penale ove vi sia la consapevolezza di tale difformità. Lo status legitimitatis non è, perciò, uno schermo che consente l’attribuzione al figlio di una identità biologica non veritiera.

L’ordinamento di stato civile (DPR 3 novembre 2000, n. 396, cosiddetto) attribuisce all’art. 5 all’ufficiale di stato civile la funzione primaria di formare tutti gli atti concernenti lo stato civile (cittadinanza, nascita, matrimonio, unione civile, morte) nonché quella di archiviarli, conservarli, aggiornarli (con le annotazioni), rilasciarne copie e verificare le dichiarazioni delle parti[4]. Gli atti di nascita, in particolare, sono formati in genere nel Comune in cui la nascita avviene; se il Comune in cui l’atto è formato è diverso da quello di residenza degli interessati, gli atti devono essere comunicati dall’ufficiale di stato civile che li ha formati all’ufficiale di stato civile del Comune di residenza (art. 12 DPR 396/2000).

L’art. 7 della Convenzione internazionale del 1989 sui diritti del fanciullo (ratificata in Italia dalla Legge 27 maggio 1991, n. 176) prescrive appositamente – pur non entrando nella definizione dello status filiationis - che “Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi. Gli Stati parti vigilano affinché questi diritti siano attuati in conformità con la loro legislazione nazionale e con gli obblighi che sono imposti loro dagli strumenti internazionali applicabili in materia…”.

Il DPR 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell'ordinamento dello stato civile, a norma dell'articolo 2, comma 12, della legge 15 maggio 1997, n.127) prescrive al primo comma dell’art. 30 (Dichiarazione di nascita) che “La dichiarazione di nascita è resa da uno dei genitori, da un procuratore speciale, ovvero dal medico o dalla ostetrica o da altra persona che ha assistito al parto, rispettando l'eventuale volontà della madre di non essere nominata”, con tale ultima precisazione volendo alludere al diritto della donna (previsto nel nostro ordinamento) sia di non riconoscere il figlio nato fuori del matrimonio e di escludere in futuro di essere convenuta in un giudizio tendente alla dichiarazione di maternità, sia di non voler attribuire al figlio nato nel matrimonio nemmeno lo status legitimitatis.


[1] Nei quattro capi dell’XI titolo del codice penale, i delitti sono suddivisi in quattro categorie: i delitti contro il matrimonio, i delitti contro la morale familiare, i delitti contro lo stato di famiglia e i delitti contro l’assistenza familiare.

[2] Art. 566 (Supposizione o soppressione di stato)

Chiunque fa figurare nei registri dello stato civile una nascita inesistente è punito con la reclusione da tre a dieci anni.

Alla stessa pena soggiace chi, mediante l'occultamento di un neonato, ne sopprime lo stato civile.

Art. 567 (Alterazione di stato)

Chiunque, mediante la sostituzione di un neonato, ne altera lo stato civile è punito con la reclusione da tre a dieci anni.

Si applica la reclusione da cinque a quindici anni a chiunque, nella formazione di un atto di nascita, altera lo stato civile di un neonato, mediante false certificazioni, false attestazioni o altre falsità.

Art. 568 (Occultamento di stato di un figlio)

Chiunque depone o presenta un fanciullo, già iscritto nei registri dello stato civile come figlio nato nel matrimonio o riconosciuto, in un ospizio di trovatelli o in un altro luogo di beneficenza, occultandone lo stato, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

[3] Art. 495 (Falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o su qualità personali proprie o di altri)

Chiunque dichiara o attesta falsamente al pubblico ufficiale l’identità, lo stato o altre qualità della propria o dell’altrui persona è punito con la reclusione da uno a sei anni.

La reclusione non è inferiore a due anni:

1) se si tratta di dichiarazioni in atti dello stato civile;

2) se la falsa dichiarazione sulla propria identità, sul proprio stato o sulle proprie qualità personali è resa all’autorità giudiziaria da un imputato o da una persona sottoposta ad indagini, ovvero se, per effetto della falsa dichiarazione, nel casellario giudiziale una decisione penale viene iscritta sotto falso nome.

[4] La redazione degli atti di stato civile – registrazione, in senso lato - non è libera ma avviene obbligatoriamente (art. 12 DPR 396/2000) secondo formule stabilite con decreto del Ministero (attualmente il decreto che contiene tutte le formule è il decreto del 5 aprile 2002 e successive modificazioni)

Gianfranco Dosi
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Lessico di diritto di famiglia